Viterbo – Paziente suicida dal sesto piano della scala antincendio del Santa Rosa: “Fu la psichiatra a non disporre il ricovero in reparto o che venisse piantonata al pronto soccorso”.
È emerso durante l’udienza fiume di ieri del processo per omicidio colposo alla consulente che visitò Laura Chiovelli, la 41enne viterbese che si è tolta la vita la notte tra il 15 e il 16 novembre 2017, poco dopo il suo arrivo in ospedale per avere ingerito della candeggina. La dottoressa è difesa dagli avvocati Stefania Orecchio e Soldano, responsabile civile la Asl di Viterbo con l’avvocato Molinari, mentre sono parti civili i familiari con la legale Paola Chiovelli.
Sul verbale di pronto soccorso, come ha fatto notare il pm Massimiliano Siddi, ci sarebbe stato scritto che la donna, affetta da una grave forma di depressione, aveva tentato più volte di togliersi la vita. Con plurimi ricoveri a Bologna, dove faceva l’impiegata delle poste prima di mettersi in aspettativa, e poi al suo rientro a Viterbo, dove viveva con la madre ed era guardata a vista dai familiari, come confermato ieri dalla cognata, che col fratello abitava nell’appartamento accanto.
Circa un anno prima della tragedia Laura Chiovelli era stata ricoverata per un mese a Villa Rosa, era in cura da uno psichiatra e seguiva una terapia farmacologica. Informazioni che la psichiatra avrebbe dovuto avere a disposizione quando, visitando la paziente, l’avrebbe trovata lucida, tranquilla, consapevole del gesto compiuto e desiderosa di tornare al più presto a casa.
“Erano state riscontrate delle lesioni al cavo orale”, hanno riferito le due dottoresse di turno al pronto soccorso, rispettivamente fino alle 6 del mattino del 15 novembre e fino alle 14 dello stesso giorno. “Per questo era stato deciso il ricovero in gastroenterologia, dopo 12-24 ore in osservazione. La psichiatra non ritenne invece di dover disporre un ricovero in reparto, né che la paziente fosse da piantonare al pronto soccorso”, è emerso durante l’udienza per l’ascolto di sei testimoni davanti al giudice Daniela Rispoli.
Nessun segnale di allarme per la psichiatra e le due dottoresse dell’emergenza. “Era lucida e tranquilla”, il comune ritornello. Non si sa nemmeno cosa l’imputata sapesse di Laura Chiovelli. Sarebbe stata abilitata ad entrare nella cartella clinica della paziente per stilare il referto, infatti, ma per motivi di privacy non avrebbe avuto accesso ai suoi dati. Solitamente sarebbero i medici che prendono in carico i pazienti a riferire le condizioni al consulente.
“Soprattutto se si tratta di psichiatri, sono spesso gli stessi consulenti a chiedere ai sanitari del pronto soccorso di potere accedere ai dati per verificare i precedenti”, ha riferito la dottoressa del turno mattutino, senza ricordare cosa si sia detta con l’imputata. Suscitando stupore nel pm: “Strano che non ricordi un evento da non dormirci la notte per ricostruire tutto quello che uno ha fatto”. “Nessun accesso fu fatto dalla psichiatra al verbale di pronto soccorso – ha quindi sottolineato il sostituto – è stata lei stessa, durante l’interrogatorio, a dire che fu impossibilitata”.
Il processo è stato rinviato a giugno per ascoltare i sei consulenti delle parti, tra i quali professionisti come il professor Franco Ferracuti, Maurizio Marasco, Stefano De Pasquale Ceratti e Antonio Coppotelli.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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