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Economia - Viterbo - Una analisi della complessità dell'intervento

Stop ai veicoli nel centro storico monumentale

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Le auto parcheggiate nel centro storico

Le auto parcheggiate nel centro storico 

– Un dibattito ormai quarantennale meriterebbe conclusioni definitive, o quanto meno condivise.

La chiusura al traffico del centro storico di Viterbo non è il solo problema, semmai è un aspetto – ancorché significativo – del più vasto tema della gestione del centro storico, che riguarda sì la viabilità automobilistica, ma anche la valorizzazione del patrimonio artistico, architettonico, enogastronomico e artigianale, il decoro e l’igiene pubblica, la salvaguardia dei diritti dei residenti e degli operatori economici, l’uso del suolo pubblico a fini commerciali e culturali, ecc. Altrimenti, “chiudiamo il centro storico” diventa un proclama senza contenuti, superficiale, persino demagogico.

Alcuni punti appaiono comunque fondamentali, e li possiamo analizzare schematicamente alla luce delle esigenze di Viterbo.

1. Il centro storico delle città italiane, di origine medievale, non si presta ad essere fruito da un traffico veicolare del XXI secolo. In realtà, Viterbo ha per così dire due centri storici: quello monumentale (San Pellegrino) e il tessuto urbano contenuto entro le mura. Comunque la si veda, occorre definire percorsi obbligati di attraversamento automobilistico del centro storico; dare lo stop a tutti i veicoli nel centro storico monumentale; obbligare i residenti a percorrere determinati tracciati e a parcheggiare le proprie vetture in spazi definiti; usare piccoli bus elettrici per lo spostamento pubblico, con frequenza di passaggio tale da renderne vantaggioso l’uso rispetto a quello della vettura personale; creare percorsi ciclabili attrezzati e bike-sharing anche di valore turistico; facilitare la circolazione pedonale, anche per i diversamente abili.

2.C’è un evidentissimo problema di inquinamento ambientale che danneggia la salute dei residenti e lo stesso patrimonio architettonico. Nel caso di Viterbo, oltre al controllo del traffico veicolare, è necessario attivare una forte ed efficace politica della raccolta dei rifiuti, migliorare la pulizia generale delle aree pubbliche, stabilire un controllo più efficace sui comportamenti dei privati nei confronti del suolo pubblico.

3.La valorizzazione, cioè il rispetto, di un centro storico di pregio determina ritorni importantissimi in termini turistici e quindi economici. Viterbo ha un centro storico monumentale di grande rilievo; ma anche mura, fontane, edifici storici sparsi. Per valorizzare questo patrimonio è necessario esercitare una più severa lotta al vandalismo, un forte controllo del decoro urbano anche mediante forme di incentivazione pubblica e privata, affinché vengano rimosse certe orribili strutture moderne dagli edifici medievali, fili elettrici compresi; incentivare anche il restauro degli immobili e dei monumenti, nonché il loro abbellimento estetico; organizzare manifestazioni culturali, enogastronomiche e commerciali di alto livello per attrarre ulteriori fasce di turismo, migliorare l’accoglienza e l’informazione turistica tutelando le attività ristorative e artigianali in loco.

4.Qualsiasi provvedimento deve evitare la “musealizzazione” del centro storico, che ne comporterebbe l’isolamento sociale e il degrado economico. A Viterbo è necessario incentivare le attività sociali ed economiche in centro: creare le condizioni affinché sia redditizio per le attività commerciali restare nelle vie del centro, soprattutto quelle attività che sono connesse con l’identità stessa della struttura urbana storica, come la ristorazione, l’artigianato, l’informazione, l’accoglienza, la cultura; facilitare la residenzialità sia con adeguate politiche pubbliche della casa, sia indennizzando gli abitanti del centro rispetto alle limitazioni cui sono inevitabilmente sottoposti, trasformando un handicap in un privilegio. E’ altresì necessario avviare una politica seria dei parcheggi extramoenia, non solo in termini di spazi ma anche di servizi accessori (navette).

5.Perseguire obiettivi in netto contrasto con le tendenze urbanistiche, sociali, comportamentali, commerciali in atto conduce prima o poi alla sconfitta. Ad esempio, combattere lo sviluppo di grandi centri commerciali di periferia è segno di misoneismo ed è oltre tutto una battaglia persa. Meglio ricrearne il carattere organizzativo collettivo e i servizi anche nel centro storico, incentivando la cooperazione tra gli esercenti.

A Viterbo il traffico commerciale è inevitabilmente destinato a spostarsi nelle aree periferiche più accessibili e più servite in termini di infrastrutture e parcheggi (questo vale infatti anche per le attività industriali, che si vanno spostando al Poggino). Occorre quindi che nel centro sopravvivano altre attrazioni economiche, più legate alla fisionomia stessa della città storica. Per Viterbo, la valle di Faul come Central Park, il Corso Italia come luogo dello “struscio” e dei negozi di gamma alta; via San Lorenzo con le botteghe artigiane; le fontane come luogo di aggregazione, con mercatini di alto livello, servizi di bar e lunch sulla piazza; altri luoghi del centro come sedi di istituzioni pubbliche e private di servizio al pubblico; proliferazione di strutture di accoglienza turistica (hotel e bed and breakfast) nelle vie del centro, compresa la ri-valorizzazione in termini turistici del complesso dell’ex Ospedale (evitando, per tanti e ovvi motivi, di farne un contenitore di edilizia popolare, come qualcuno cavalcando la più vieta demagogia pretenderebbe).

6. La soluzione vincente: la collaborazione tra pubblico e privato. Soprattutto a Viterbo, considerando la scarsità di risorse e le pastoie burocratiche, sarebbe opportuno che pubblico e privato collaborassero e si dividessero i compiti per raggiungere certi obiettivi.

Pensare di attribuire tutto l’onere al pubblico è impensabile e antistorico, lasciar fare solo al privato significa perdere di vista l’obiettivo globale complessivo. Quando si pensa al privato, occorrerebbe farlo in grande, riferendosi a grandi gruppi nazionali e internazionali che si rendano disponibili, sulla base di segnali inequivocabilmente positivi, ad investire a Viterbo. Fare cioè di Viterbo un grande Laboratorio di Crescita e di Sviluppo Ecosostenibile, perché qui si potrebbe quasi partire da zero applicando le soluzioni più creative, innovative e redditizie.

7. Se non c’è la mentalità giusta nella popolazione, ogni sforzo risulterà vano. E’ necessario un cambio di mentalità di molti viterbesi, del tutto impermeabili a discorsi di valorizzazione, innovazione, imprenditorialità, responsabilità civile, ecc.

Troppi viterbesi invece di abbellire le mura le usano per i proprio comodi personali infischiandosene dell’estetica e della salvaguardia dell’architettura antica; troppi viterbesi sporcano o lasciano sporcare le vie; troppi viterbesi pretendono di arrivare in auto fin dentro i negozi di via Saffi; troppi viterbesi si lamentano delle attività culturali che d’estate durano fino a mezzanotte; troppi viterbesi si augurano di non avere forestieri tra i piedi; troppi viterbesi pensano di saper tutto senza aver mai visto cosa succede realmente al di là del loro naso, e questi sono i peggiori perché ignoranza e supponenza viaggiano costantemente assieme.

Se si parla di centro storico, quindi, o si avvia una strategia socioeconomica e culturale globale o si finisce per riparare con le toppe un vestito che si strappa da tutte le parti ad ogni movimento.

Il dato: una ricerca condotta dal sottoscritto per conto del dipartimento Coris dell’Università di Roma “La Sapienza” nel 2009 ha dato i seguenti parametri di valorizzazione del centro storico per sette città dell’Italia Centrale: Assisi 82%, Orvieto 77%, Siena 72%, Arezzo 67%, Perugia 62%, Grosseto 58%, Viterbo 49%.

La scenetta (vera, 2012): esclama un turista torinese ammirando piazza S. Pellegrino: – Sembra di stare in Toscana- Trenta metri più là, oltre piazza Cappella, materassi e immondizie. Ancora il turista: – Beh, proprio in Toscana, magari no…-

Che fare? L’esempio lo devono dare gli amministratori, che bene o male sono stati democraticamente legittimati ad agire: che lo facciano con la carota ove serve e con il bastone ove necessita.

Tutto il resto, cantava Er Califfo, è noia.

Francesco Mattioli

 


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21 settembre, 2013

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