Viterbo – (s.m.) – “Una tragedia che ha distrutto due famiglie. Il resto è solo sciacallaggio”.
La madre di Sabato Battaglia aspetta fuori dall’aula con i figli. Un’ora e mezza in attesa di una sentenza che non arriva. Sull’omicidio del Riello, il giudice del tribunale di Viterbo Savina Poli prende tempo. Deciderà a luglio. Gli ultimi botta e risposta tra accusa, parte civile e difesa e poi la lunga camera di consiglio per decidere il destino del 23enne. Quanto c’entri il destino e quanto la volontà è il cuore del processo.
La morte di Federico Venzi, 43 anni, atterrato dai pugni di Battaglia all’alba del 27 settembre, viene vista con occhi diversi da ognuna delle parti.
Per il pm Massimiliano Siddi fu omicidio volontario con dolo eventuale: Battaglia non voleva propriamente uccidere ma ha accettato il rischio, con i calci alla vittima mentre era a terra e quei cazzotti così forti da spaccargli la mandibola. La procura ha chiesto 12 anni di reclusione per il 23enne, figlio di un pentito di camorra. Incensurato, ma con in corso un processo per lesioni gravi: un solo pugno e la mandibola spaccata a un 18enne nel 2012. Nell’ordinanza con cui il tribunale viterbese decise di tenere in carcere Battaglia, il gip parlava di “assoluta assenza di capacità autocontenitive” e “di ogni freno inibitorio a colpire fino alla morte persone che gli si frappongono in modo del tutto occasionale e per motivi assolutamente futili”.
Per la difesa – avvocato Antonella Durano – la reazione di Battaglia è “legittima difesa putativa”: pensava di essere in pericolo e di avere di fronte due malintenzionati. Poco importa che non lo fossero davvero: quegli sconosciuti ubriachi, incrociati per caso alla rotatoria del Riello da Battaglia e dalla fidanzata prima si sono avvicinati, poi li hanno rincorsi. A poche ore dal fatto, Battaglia invia un messaggio alla fidanzata: “Non me lo sarei mai perdonato se ti avessero fatto del male”. Per il legale non c’è prova dei calci. Almeno due pugni, quelli sì, ci sono stati. Ma Battaglia non poteva prevedere di spaccare a Venzi la protesi dentaria, facendogli ingerire tutto quel materiale – pezzi di protesi e un filo di ferro – che l’avrebbe soffocato. Del resto quei due pugni da soli non sarebbero mai stati sufficienti per uccidere, secondo il consulente medico legale della difesa Giorgio Bolino.
La parte civile – avvocati Samuele De Santis e Luca Tedeschi – propone una linea alternativa: al 23enne non importava di uccidere o non uccidere Venzi. Per i legali della famiglia della vittima, Battaglia era completamente disinteressato alla sorte di quello sconosciuto. Dei calci – oltre che dei pugni – parlerebbe anche la fidanzata Lorella Colman, presente al momento dei fatti e indagata per favoreggiamento. La ragazza avrebbe detto di aver cercato di trascinare via Battaglia anche con l’aiuto dell’amico di Venzi. Un elemento in più, per i legali di parte civile, a testimoniare la furia del 23enne e l’inoffensività della vittima e del suo amico.
La sentenza a luglio.
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