![]() Viterbo – Il caso dei furbetti della Asl a Quinta Colonna – Il collegamento con Antonio Maria Lanzetti |
Viterbo – Dopo Canale 5 e Rai 1, Rete 4. A Quinta Colonna il caso dei furbetti della Asl di Viterbo, i ventitré medici e infermieri dell’ospedale di Belcolle coinvolti nell’indagine della Guardia di finanza.
Il giornalista Paolo del Debbio si è collegato con la città dei papi poco dopo le 23. In piazza della Rocca l’inviata Nausica della Valle con Gianmaria Santucci (Fondazione), Chiara Frontini (Viterbo 2020) e il presidente dell’ordine dei medici Antonio Maria Lanzetti. Intorno decine di cittadini.
“E’ una brutta storia – dice Lanzetti -, un danno grossissimo e per questo l’atteggiamento dell’ordine è di assoluta fermezza. Abbiamo avviato una serie di procedimenti disciplinari nei confronti dei medici coinvolti, anche se non abbiamo ancora gli atti d’indagine. Attediamo che la procura ci informi per poter intervenire con mano ferma”.
Per Frontini “la truffa da un milione e 300mila euro è la cosa più grave, perché i medici e gli infermieri furbetti hanno tolto risorse importanti ai bilanci dell’ospedale”.
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Al centro dell’inchiesta i ventitré medici e infermieri coinvolti nell’indagine coordinata dalla pm Paola Conti. Tra questi anche il primario di medicina trasfusionale Tiziana Riscaldati e l’infermiera Stefania Gemini. Entrambe, indagate di punta, sono state sospese dal servizio.
A fine 2015, dalle intercettazioni di una precedente indagine, gli agenti del nucleo tributario scoprono che nel reparto di medicina trasfusionale c’è chi timbra il cartellino e poi si allontana dall’ospedale di Belcolle. Ma anche chi vidima il badge dei colleghi che restano a casa o si dedicano ad altro: una dipendente è stata sorpresa a fare spese, un’altra ad assistere a una recita di Natale.
I finanzieri li hanno videoripresi per circa tremila ore. Poi pedinamenti e appostamenti, fino alla notifica del 415 bis, l’avviso di conclusione indagini. Nel corso delle indagini è emerso che negli ultimi cinque anni dodici tra medici e infermieri avrebbero anche gonfiato i propri stipendi per un importo complessivo di un milione e 300mila euro. Avrebbero sfruttato una delle caratteristiche del reparto: l’assistenza, a pagamento, in casa dei pazienti. La frode sarebbe stata posta in essere attraverso false attestazioni relative a trasfusioni di sangue a domicilio in giorni di assenza dal lavoro, in alcuni casi anche mentre erano in ferie. Oppure gonfiate nella quantità del servizio reso, o effettuate ma rendicontate anche a favore di colleghi che in realtà non c’erano.
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