Viterbo – 5 luglio 2018. Emanuele Mancuso, figlio del boss Pantaleone L’ingegnere ed esponente della ‘ndrina di Limbadi, da un paio di settimane è un collaboratore di giustizia. E dal carcere, in cui è rinchiuso da quattro mesi per estorsione e detenzione di armi, con l’aggravante delle finalità mafiose, parla con gli inquirenti anche del “trasporto e della vendita di stupefacenti nel Lazio”. Per la precisione, nel Viterbese.
Per la procura antimafia di Catanzaro, che ha coordinato le indagini della squadra mobile di Vibo Valentia, Mancuso era il “capo-promotore” di “un’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti”. Associazione di cui, secondo il pm, avrebbero fatto parte anche Giuseppe Franzè e il 32enne viterbese Francesco Nobili. Il loro compito? “Immettere lo stupefacente – scrivono gli inquirenti nell’ordinanza di custodia cautelare – sul mercato esistente nel territorio di Viterbo e nei comuni limitrofi”.
Il 5 luglio scorso Mancuso dichiara: “Pino (Giuseppe Franzè, ndr) era di Stefanaconi ma risiedeva a Viterbo per motivi credo di studio, ma non so se andava all’università. Coabitava con un altro ragazzo che è stato tratto in arresto e di cui non ricordo il nome perché avevo rapporti diretti solo con Pino”. L’altro ragazzo è Francesco Nobili, che il 27 novembre del 2015 i poliziotti della squadra mobile di Viterbo hanno arrestato insieme a Franzè. “Illecitamente detenevano – spiegano gli inquirenti – ai fini di spaccio, presso l’immobile sito in Viterbo (quartiere Pilastro, ndr), diverse sostanze stupefacenti. In particolare, 137,3 grammi di cocaina, 94,4 grammi di hashish e 86 grammi di marijuana, unitamente ad altre sostanze da taglio e al materiale utile per il confezionamento delle dosi. A Emanuele Mancuso avrebbero dovuto consegnare i proventi della vendita di stupefacente per ‘coprire i debiti’ contratti”.
Mancuso rivela che con Franzè e Nobili “viveva anche un cane. Entrambi facevano sia uso sia vendita di stupefacente. Due chili di marijuana glieli portai tutti in una volta. Poi andai da lui (Franzè, ndr) altre volte per consegnare altro stupefacente e, in alcune occasioni, mi fermai a dormire in quella casa. Al momento dell’arresto di Pino i duecento grammi di cocaina li avevo portati io insieme a della marijuana, di cui non ricordo l’esatta quantità. Mentre gli ovuli erano stati portati da Bruno Russo”.
A Bruno Russo, 27enne di Vibo Valentia, la procura antimafia di Catanzaro contesta “l’aver fatto parte dell’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti, con il compito di corriere incaricato di garantire il trasporto della sostanza stupefacente nel Lazio, nonché con il ruolo di intermediario e fornitore dello stupefacente”. In particolare, avrebbe “illecitamente trasportato sostanze stupefacenti dalla provincia di Vibo Valentia a Viterbo, consegnandole ai soggetti poi tratti in arresto”. Ovvero, Franzè e Nobili. Per Russo, da sabato ai domiciliari, il gip di Catanzaro ha inviato gli atti al tribunale di Viterbo per competenza territoriale.
“Pino (Franzè, ndr) – ha spiegato il pentito Mancuso – non aveva rapporti solo con me. Io l’ho conosciuto perché si riforniva da Bruno Russo di Joppolo. Tanto è vero che all’epoca del suo (di Franzè, ndr) arresto furono trovati a casa sua degli ovuli di fumo che sono riconducibili, non solo alla disponibilità di Pino, ma anche di Bruno come venditore che, mi disse, averglieli procurati a Milano. Per quanto a mia conoscenza, Pino aveva contratto con Russo un debito di 4mila, 4mila 500 euro”.
È da sottolineare che per il gip di Catanzaro, Paola Ciriaco, le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Emanuele Mancuso sono “autentiche e genuine, non inficiate da alcuna contaminazione esterna”.
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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