Viterbo – Il loro compito era di “immettere lo stupefacente sul mercato esistente nel territorio di Viterbo e nei comuni limitrofi”. Il gip di Catanzaro, Paola Ciriaco, descrive il ruolo che Giuseppe Franzè e Francesco Nobili avrebbero avuto in quell’associazione dedita al narcotraffico sgominata dai poliziotti di Vibo Valentia.
Il giudice, nelle quasi novanta pagine di ordinanza di custodia cautelare, la definisce “una complessa organizzazione delinquenziale nel settore della coltivazione e del traffico di sostanze stupefacenti, con ramificazioni anche nel Lazio”. Ovvero la droga, partita dalla Calabria, arrivava pure nella Tuscia.
Di quel “pericoloso gruppo di elevata capacità criminale” avrebbero fatto parte anche Giuseppe Franzè e Francesco Nobili. Il primo, 31enne di Stefanaconi (Vibo Valentia), si è poi trasferito a Viterbo. Il secondo è invece un viterbese doc, nato nel capoluogo trentadue anni fa. La procura antimafia di Catanzaro contesta a entrambi l’aver “fatto parte di un’associazione finalizzata al traffico illecito di stupefacenti, avente come scopo la coltivazione, il trasporto, la detenzione, la cessione e la vendita di ingenti quantità di marijuana”.
I membri dell’organizzazione, dopo aver comprato online semi di canapa indiana e concime, avrebbero coltivato le piante, ne avrebbero curato la germinazione, la fioritura e la crescita. Negli stessi campi, che controllavano anche coi droni, sarebbe poi avvenuta la lavorazione droga e, infine, l’immissione sulle piazze di spaccio. Gli indagati, secondo gli inquirenti, erano in grado di “provvedere a tutte le varie fasi del ciclo di produzione della sostanza stupefacente”.
L’operazione, durante la quale i poliziotti della squadra mobile di Vibo Valentia hanno sequestrato pure 26mila piante di marijuana, è stata denominata Giardini segreti. Come segreti sarebbero dovuti rimanere quei terreni a Nicotera e Joppolo dove Franzè ed Emanuele Mancuso avrebbero “realizzato e coltivato piantagioni di marijuana per la successiva cessione o vendita”. In totale sarebbero stati in possesso di 3mila 550 piante, alcune delle quali trovate in una serra indoor. In dei casi, scrive il gip, “Giuseppe Franzè, quale grossista destinatario dello stupefacente da destinare al mercato di Viterbo”, avrebbe “finanziato l’operazione mediante l’acquisto dei semi”.
Emanuele Mancuso, detto Zen, è per gli inquirenti il “capo-promotore dell’organizzazione”. Trent’anni, è uno degli esponenti della nota e potente ‘ndrina di Limbadi ed è il figlio di Pantaleone l’Ingegnere, uno degli storici capo clan. Già in carcere per estorsione e detenzione di armi, con l’aggravante delle finalità mafiose, Zen è ora un collaboratore di giustizia. “Ha riferito – spiega il gip – di essere un compratore online di semi di cannabis, che acquistava per poi rivenderli a un prezzo superiore. Ha esposto, con dovizia di particolari, le modalità di realizzazione delle piantagioni e delle serre. La coltivazione delle piante, la potatura e la pulitura. Per poi addivenire alla vera e propria produzione della sostanza stupefacente e alla cessione”.
Per il giudice le dichiarazioni di Mancuso sono “autentiche e genuine, non inficiate da alcuna contaminazione esterna”. E comunque, “anche indipendentemente dalle narrazioni del collaboratore di giustizia, le risultanze di autonome fonti di prova di natura intercettava e investigativa, compongono a carico degli indagati un granitico quadro indiziario che dimostra la loro certa colpevolezza”.
Il giudice definisce “copioso” il “materiale captativo”, “formato da chiarissime conversazioni” in cui gli indagati “fanno riferimento agli acquisti di stupefacenti e ai guadagni conseguiti”. Ma tra le fonti di prova degli inquirenti ci sarebbero, tra le altre cose, anche le “email sul telefono di Franzè aventi a oggetto degli ordinativi di semi online”.
Trentanove gli indagati. Di cui otto in carcere, nove ai domiciliari e uno con l’obbligo di dimora. Decine di perquisizioni, anche nelle sedi (ora coi sigilli) di una società attiva nella vendita online di semi di canapa indiana. Un sito internet oscurato. Sequestrate 26mila piante, da cui si sarebbero potute ricavare due milioni di dosi di hashish o marijuana per un valore di 20 milioni di euro. Tre anni di indagini.
– Tutto partito da un sequestro di coca, hashish e marijuana al Pilastro…
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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