Viterbo – Maxitraffico di cocaina, Sokol Dervishi, uno dei 13 arrestati per mafia lo scorso 25 gennaio, lascia il carcere di Nuoro per partecipare al processo scaturito dall’operazione Sbiff del 2015.
L’operaio albanese 33enne, residente da anni a Viterbo, dove viveva con la figlia e la compagna, è stato scortato dalla penitenziaria del carcere di Badd’e Carros di Nuoro, in Sardegna, al tribunale di Viterbo, per partecipare, come aveva chiesto, all’udienza di ammissione delle prove del processo a otto dei 16 arrestati nel blitz dell’operazione Sbiff, scattata all’alba del 20 luglio 2015.
Il processo entrerà nel vivo tra quasi un anno. La prima udienza con testimoni è stata fissata al 24 aprile 2020, quando sarà anche sciolta la riserva sulla trascrizione delle intercettazioni chiesta dall’accusa.
Per Dervishi, detto Codino, è stata la prima volta fuori dal carcere dove è recluso cinque mesi in alta sorveglianza. In aula c’era anche la compagna, riuscita a intercettarlo con lo sguardo. Tra i due uno scambio di baci a distanza, prima che il 33enne sparisse tra gli uomini della penitenziaria.
Il 33enne, difeso dall’avvocato Dario Candeloro del foro di Roma, è al momento l’imputato più in vista del processo Sbiff, nuovamente arrestato, lo scorso 25 gennaio, nell’ambito della maxinchiesta Erostrato della Dda di Roma, che secondo l’accusa, con i suoi 13 arresti, avrebbe smantellato un sodalizio italo-albanese di stampo mafioso operativo nell’ultimo biennio a Viterbo.
“Facciamo sbiff”, avrebbero detto in gergo gli indagati al telefono quando c’era da portare cocaina da sniffare. Da qui il nome dell’operazione, che avrebbe invece consentito, nell’estate di quattro anni fa, di sgominare una banda di sedici persone dedite allo spaccio di cocaina fuori dei locali notturni, dei bar, delle discoteche e dei night club più modaioli ed esclusivi del capoluogo e non solo. Una banda di cui, secondo l’accusa, facevano parte anche due italiani, un medico di Amelia e un noto imprenditore viterbese. Gli altri sono 13 albanesi, tra cui Dervishi, e un romeno.
In sette, tra i quali il medico, hanno patteggiato davanti al gup nel giugno 2017, quando sono stati rinviati a giudizio gli attuali sette imputati, mentre un altro, che ha fatto perdere le tracce, sarebbe tuttora latitante.
Considerato uno dei fedelissimi dei vertici dell’organizzazione criminale italo-albanese, nell’ambito invece dell’operazione “Erostrato”, Dervishi sarebbe stato il braccio destro del connazionale 36enne Ismail “Ermal” Rebeshi e del viterbese 43enne d’origine casertana Giuseppe “Peppino” Trovato.
A carico di Dervishi, Rebeshi e altri imputati italiani e albanesi si è aperto pochi giorni fa un altro processo per spaccio, con l’ammissione delle prove che è stata rinviata dopo la richiesta di presenziare in aula da parte dei due imputati, che dovranno quindi essere tradotti dalle rispettive carceri.
Silvana Cortignani
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