Tuscania – Angelo Gianlorenzo, oggi si saprà se la morte dell’agricoltore resterà un giallo irrisolto. Il reato potrebbe essere dichiarato estinto o l’imputato innocente.
E’ il giorno in cui si sarebbe dovuto discutere il processo a carico del cognato Aldo Sassara, il 76enne accusato di omicidio deceduto il 18 novembre, pochi giorni prima della sentenza. Parti civili i familiari della vittima, difesi dagli avvocati Corrado Cocchi, Francesco Bergamini e Giovanni Bartoletti.
Sulla carta il reato dovrebbe essere dichiarato estinto in seguito alla morte dell’imputato, ma il codice di procedura penale non esclude “una formula di proscioglimento più favorevole ove ne ricorrano le condizioni”, “essendo sufficiente che le prove dell’innocenza siano state acquisite prima della morte”. Ovvero, “non è precluso adottare la formula di merito, quando è evidente che il fatto non sussiste, che l’imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato”. Insomma, in teoria, visto che la fase istruttoria è stata dichiarata chiusa lo scorso 12 novembre, Sassara potrebbe ancora essere dichiarato innocente.
Sassara, già gravemte malato a causa di un tumore allo stomaco, si è lasciato interrogare il 2 marzo scorso, alla vigilia del lockdown per l’emergenza Coronavirus.
“Male non fare, paura non avere”, ha detto in tribunale proclamandosi innocente il 76enne di Marta, a processo davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Maria Rosaria Covelli per l’omicidio dell’agricoltore 83enne, fratello della moglie, il cui cadavere è stato trovato a terra nel sangue il 14 agosto 2016 nelle campagne tra Marta e Tuscania.
L’imputato si è sottoposto a un interrogatorio durato circa due ore e mezza, aperto dal fuoco di fila di domande del pubblico ministero Massimiliano Siddi a partire dai vestiti indossati quella mattina da Sassara all’andata e al ritorno dalle campagne di San Savino.
“Nel 2016 ero un leone, adesso sono un coglione”, ha detto, raccontando in lacrime come gli sia venuto un tumore allo stomaco, secondo lui a causa della “bomba atomica che mi hanno tirato”, puntando il dito contro il nipote figlio della vittima.
Nessun passo indietro riguardo alla frase detta in caserma dove stava aspettando di essere interrogato dal pm ovvero “Meglio se mio cognato è morto, uno di meno. Era un birbaccione, vaffanculo”. “Certo che mi è dispiaciuto, ma aveva 83 anni e aveva fatto la sua vita”, ha detto a Siddi che gli faceva notare come del cognato “morto ammazzato in mezzo a un campo come una bestia” non gliene fosse importato nulla. “Non mi importa nemmeno della mia di morte”, ha concluso.
Sono passati otto mesi da quel giorno, quando i difensori Danilo Scalabrelli e Marco Valerio Mazzatosta, rinunciando a sentire come testimoni i carabinieri del Ris di Roma che avrebbero chiesto alla difesa un rimborso preventivo delle spese, hanno ricordato alla corte d’assise: “Non hanno trovato tracce riconducibili al Dna dell’imputato, sottoposto a tampone orofaringeo, prelievo dei bulbi piliferi e controllo del materiale sotto le unghie, al quale sono stati sequestrati terra, trattore, macchina, scooter, portachiavi, vestiti”.
Secondo l’accusa, dopo il delitto il 76enne si sarebbe cambiato, per disfarsi della camicia rossastra e del gilet beige o nocciola imbrattati di sangue della vittima. Ma durante il processo è emerso che il sole potrebbe avere falsato i colori dei vestiti.
“La mattina avevo un gilet blu, con sotto una camicia a quadri celestina e sotto la canottiera verdolina. Al ritorno, siccome era caldo, ho messo la camicia nel bauletto dello scooter. Non mi sono cambiato, io mi cambio una volta al mese. Saranno stati i riflessi del sole”, ha spiegato, mentre gli mostravano i fotogrammi che lo riprendono. Gli ha dato ragione la presidente Maria Rosaria Covelli: “Forse si tratta del sole. Come mi fa notare il giudice Silvia Mattei, nelle foto senza sole il gilet appare di colore blu”.
Silvana Cortignani
Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564PRIVACY POLICY