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Tribunale - Gli avvocati pronti a impugnare la sentenza di primo grado

Baby prostitute trattate da schiave, la difesa fa appello

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Condannati per aver comprato, schiavizzato e fatto prostituire due ragazzine. Ma con quella sentenza le difese non concordano. Per questo impugnano la decisione della Corte d’Assise di Viterbo, che nel febbraio 2011 condannò gli otto presunti aguzzini di L. e A., baby-prostitute di 15 e 16 anni.

I reati andavano dalla riduzione in schiavitù allo sfruttamento della prostituzione, passando per la violenza sessuale. Le ragazzine sarebbero state adescate con la scusa di un lavoro in Italia, vendute, violentate e costrette a prostituirsi tra il palazzaccio di via Cattaneo, a Viterbo, e gli appartamenti del centro storico. Durò un mese: il blitz della squadra mobile nelle “case dell’amore”, nel marzo del 2005, restituì loro la libertà.

In dodici finirono a giudizio, tra gestori dell’attività di prostituzione, “custodi” delle ragazze e un paio di clienti. Quattro sono stati assolti. Gli altri condannati con pene dai sei mesi agli undici anni. Sentenza che non scalfisce minimamente le convinzioni dei difensori: L. e A. si prostituivano già in Romania. Sapevano perfettamente che avrebbero continuato in Italia. Potevano scappare. Avevano cellulari che non hanno mai usato. Erano libere di uscire. I genitori della più piccola, tra l’altro, erano a Roma. Raggiungerli sarebbe stato semplice. Ma non lo fecero mai. Potevano, ma non chiesero mai aiuto.

Opposta la versione di A., testimone al nuovo processo contro gli altri due membri della gang – tra cui il suo ex fidanzato – accusati di averla venduta. La ragazza ha raccontato dei tanti soldi che incassava ogni giorno, spartiti tra i suoi sfruttatori. C’era il sesso con i clienti e con alcuni dei suoi aguzzini e c’erano le minacce di morte se si rifiutava di farlo. “Mi portavano in un bosco e mi ammazzavano”, ha spiegato la ragazza in tribunale. Ma anche questo, per gli avvocati è un buon argomento. Nel processo ai dodici, A. non fu mai ascoltata. La ragazza era irreperibile. I giudici acquisirono il verbale con le sue prime dichiarazioni agli investigatori.

La sua testimonianza in aula, al nuovo processo, è comunque preziosa per i legali: indica che la procura ha fatto ricerche approssimative della ragazza, costruendo l’intero impianto accusatorio solo sui suoi racconti alla polizia. Elementi che per i difensori non bastano. Lo scriveranno nei ricorsi in appello.


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27 dicembre, 2012

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