Operazione “Easy to place”, la conferenza della Digos per illustrare i dettagli
Viterbo – (sil.co.) – Boom di colf e operai assunti da senzatetto e nullatenenti, è ripreso l’altro ieri davanti al collegio con la testimonianza di un ispettore della Digos il processo a sette imputati scaturito dall’operazione Easy to place, sfociata in tre arresti il 27 novembre 2015.
Tra le vittime una donna giunta in Italia per motivi umanitari e finita nella rete degli sfruttatori di clandestini.
L’organizzazione sarebbe stata dedita a lucrare su stranieri solo apparentemente regolari sul territorio italiano, facendo ottenere loro, col doppio trucco alloggio-lavoro, il permesso di soggiorno.
Ovviamente in cambio di soldi. Il costo si sarebbe aggirato attorno ai 1500 euro a straniero: 300 euro per l’alloggio, 700 euro per il contratto, più i contributi Inps a proprie spese.
L’inchiesta, come ha ricordato il testimone, risale al 2014, su input della Digos di Firenze che, nell’ambito del giro di vite in seguito all’escalation del terrorismo internazionale, aveva segnalato ai colleghi della Digos di Viterbo come residente nella Tuscia un pakistano fermato per alcune scritte anarchiche sul muro dell’università, in realtà solo transitato a casa di un connazionale.
In carcere finirono i due presunti capi del sodalizio, una coppia di pakistani cinquantenni, uno dei quali residente a Roma. Nella capitale avrebbero gestito il florido traffico di “clandestini” nel quartiere di Torpignattara, punto di riferimento degli immigrati pakistani.
Ai domiciliari, invece, finì il “supervisore”, residente a Gallese: un insospettabile imprenditore del settore alimentare pakistano di 55 anni, specializzato in import-export, incensurato, che aveva da poco avviato l’istruttoria per la cittadinanza italiana.
Il pakistano di Gallese, in particolare, avrebbe contribuito assumendo lui per primo fittiziamente come operai e magazzinieri gli stranieri, stipandoli a decine in una piccola casa fatiscente, dove il gran numero di residenti, che puntualmente non venivano trovati nell’appartamento ai controlli delle forze dell’ordine, ha insospettito gli investigatori, che hanno presto scoperto l’arcano. Abitavano lì solo sulla carta.
Tra il 2009 e il 2015, a casa del 55enne di Gallese, con una fitta rete di contatti con connazionali in tutta Europa, sarebbero transitati almeno una cinquantina di clandestini, giunti o rimasti in Italia grazie a permessi di lavoro ottenuti presentando documenti falsi all’ufficio immigrazione della questura. Pachistani, indiani, mediorientali e provenienti anche da Africa Centrale e settentrionale.
“Una tunisina, cui è stato negato il permesso di soggiorno per lavoro, dopo quello non rinnovabile per fini umanitari, avendo pagato, è venuta in questura a dire che era stata truffata da un pakistano, raccontandoci tutto”, ha ricordato il teste.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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