Viterbo – Il dibattito sulla cultura a Viterbo rende giovani. Perché è lo stesso di quaranta anni fa: provare per credere, andate a leggervi i giornali di allora; ricordo ancora una frase dell’industriale ing. Giannotti: “i viterbesi sono contadini, mettono il fieno in cascina ma hanno paura ad investirlo nelle novità, in questa città non cambierà mai nulla”. Era il 1969 o giù di lì.
Stiamo complicando delle cose di una semplicità assoluta; così, senza tanti giri di parole, mi viene da riassumere alcuni punti fondanti, che sono tali non tanto per me, ma proprio perché sono emersi da una letteratura quarantennale sul tema della cultura a Viterbo.
Punto primo. Che città vuol essere Viterbo? Contadina (come Enna), industriale (come Treviso), commerciale (come Civitavecchia)? Non conviene o non ci sono le basi. Allora: ne facciamo una “città d’arte e cultura”, come Siena o Urbino? Ci sono le basi. Bene, allora, tutto quel che si fa, si deve fare in questa prospettiva, che fra l’altro si sposa esattamente con l’evoluzione dell’economia globale e glocale, sempre più attenta al patrimonio culturale, compreso quello immateriale.
Punto secondo. Quando si fanno dei progetti di sviluppo, oggi non si possono più concepire in modo minimale, cioè “provinciali”. O si spara sul mondo, o ci si chiude nelle grotte del più vieto solipsismo culturale. Per esempio: vuoi fare una sagra (che è il modo più popolare e modesto di fare cultura enogastrononica)? Devi aprirti non solo al romano o al ternano mordi e fuggi, ma ad un visitatore curioso e appassionato che viene da lontano e che, tra una frittella e un cavatello, decide di passare almeno tre giorni in città, andando per terme, musei, ville rinascimentali e necropoli etrusche.
Punto terzo. Se si deve volare alto, occorre professionalità: nel campo della cultura e dell’arte, ma anche della comunicazione e della creazione di eventi. Si badi bene, professionalità vera, né fondata su un nome tanto altisonante quanto inconcludente, né spacciata come tale sol perché in Città c’è ancora qualcuno che crede agli asini che volano. Il nemico della professionalità è il provincialismo: “E che ce vo’? So’ bbono pur’io…anzi fo pure mejo”. Così muore la cultura a Viterbo.
Punto quarto. Le nozze non si fanno con i fichi secchi. Per volare alto servono i soldi, che oggi può mettere solo lo sponsor privato. Dice: e chi viene a investire su Viterbo? Gli stessi che investono su altre città d’arte e cultura, il problema è proporre programmi di respiro nazionale o internazionale; certo, non ti vengono a finanziare il campionato di battimuro.
Punto quinto. Abbiamo una maledizione che ci tarperà sempre le ali e che è forse il punto cruciale su cui deve riflettere la nostra classe politica: Roma. Una vicinanza che è un peso enorme, una forza di gravità che ci annienta, un sole che ci fa scomparire nella sua luce. E non solo perché Roma è la capitale dell’arte e della storia, ma perché è centro di gravità di qualsiasi politica regionale. E’ Roma, come Regione Lazio, che detta i programmi, i circuiti culturali, l’attività delle compagnie teatrali, degli spettacoli musicali, degli eventi artistici, delle mostre archeologiche, degli appuntamenti enogastronomici, attraverso un criterio di programmazione e di finanziamento che rispetta le proporzioni demografiche e condanna inevitabilmente le province dell’Impero alla marginalità.
Dice: ma è un grande serbatoio di visitatori potenziali; vero, ma nella Tuscia il romano ha la possibilità di fare una toccata e fuga, dorme a casa sua, e non è che l’economia turistica di Viterbo può decollare grazie alle scampagnate domenicali delle allegre famigliole del Tufello.
I valori demografici hanno un senso e sono impietosi: in Lombardia, il rapporto tra il capoluogo di regione (Milano) e il capoluogo di provincia meno popoloso (Mantova) è di 1 a 25; in Emilia, è di 1 a 4; in Toscana, di 1 a 7; in Umbria di 1 a 2; in Campania di 1 a 17; in Sicilia di 1 a 20. Nel Lazio, il rapporto tra Roma e Rieti è di 1 a 60, tra Roma e Viterbo di 1 a 50.
Che speranze ci sono che la Regione (Roma) permetta alle province di avere delle iniziative esclusive? Ricordo un aneddoto: anni fa c’era un treno diretto Viterbo – Roma Termini che non prevedeva fermate intermedie, poi un giorno cominciò a fermarsi a Monte Mario; alle rimostranze di noi viaggiatori, il controllore rispose: ma voi a Viterbo quanti siete, sessantamila? Beh, a Monte Mario sono 300.000: chi pensate che la vince? Ecco, questo accade e accadrà anche per la cultura viterbese, se si limiterà a gravitare intorno a Roma, se non si guarda anche al di là dei confini regionali e nazionali. Ed ecco perché diventano cruciali i precedenti punti tre e quattro, perché se si vuole volare alto, Viterbo non può confidare solo nella Regione, deve costruirsi anche altre strategie. Ma attenzione: più di una volta un progetto viterbese è passato a Roma o è emigrato altrove: certamente per colpa nostra, ma anche perché qualcuno ha occhiutamente prelevato il frutto quando era maturo.
Punto sesto. Ci sono cose che abbiamo soltanto noi, o quasi. Qualche esempio? La Macchina di S. Rosa, ma anche un centro storico medievale e un circuito murario quasi intatti (malgrado noi…), una valle verde che dalle Terme si incunea fino a via Marconi. Industriamoci a vivacizzarle, a renderle sempre più speciali e soprattutto irripetibili altrove. E a metterle nelle vetrine internazionali, con le opportune strategie. Potremmo scimmiottare Avignone, potremmo gareggiare con Amsterdam o Siena, in realtà dobbiamo solo valorizzare le nostre specificità facendole volare alto. E’ ormai assodato che se vuoi lanciare un prodotto vincente sul mercato occorre spendere dieci per produrlo e cento per pubblicizzarlo.
Punto settimo. Su una cosa non si può non essere d’accordo con Filippo Rossi: che se nel centro storico non ci mettiamo degli attrattori veri, è inutile che lo chiudiamo al traffico o che ne proteggiamo le antiche piazze e le fontane; tanto di gente ce ne verrà sempre meno, perché i consumatori andranno nei centri commerciali e nei multisala di periferia e i turisti non si accontenteranno più di stare naso all’insù ad ammirare la Torre Scacciaricci in mezzo al deserto.
Punto ottavo. Il grande problema degli spazi e dei contenitori. I contenitori pubblici per fare cultura, nel centro storico, sono perfino troppi, molti inutilizzati; segno che si fa poca cultura o che mancano le idee. Ma ci sono anche spazi che gridano vendetta, come gli immobili dell’ex Ospedale Grande degli Infermi, che non possono essere abbandonati così, in pieno centro monumentale. Farne case popolari sarebbe populismo d’accatto. Altrove, ne avrebbero già fatto una spa termale a cinque stelle, con affaccio sul Palazzo dei Papi, offrendolo su un tappeto d’argento a qualche sceicco o a qualche magnate russo. Uh, per carità, questo poi, proprio no! Meglio restare nelle nostre grotte, a tenerci le nostre miserie, e a pensare che il mondo finisce a Ponte di Cetti. Del resto, più di un secolo fa ci fu chi non voleva che il treno arrivasse a Viterbo, perché temeva che portasse in Città i socialisti e le puttane di Roma…
Punto nono. Dice: con idee del genere si arriva a programmi elitari e per pochi; ma questo è un discorso populista che nell’epoca del 2.0 puzza di stantio ideologismo d’antan. Nessun programma è così elitario da non poter essere capito e apprezzato da cittadini che ormai godono di mille fonti diverse di informazione e di formazione: alla Biennale di Venezia vanno centomila persone, e non sono certo tutti critici d’arte, io stesso ho visto famigliole incantate e perplesse di fronte alle provocazioni dell’arte moderna; senza contare che le ricadute economiche di un grande evento o di una grande impresa, elitarie o popolari che siano, non fanno differenze di classe.
Poi, certo, se vogliamo fermarci alle bancarelle del sabato e alle sagre di quartiere, può andar bene anche così. Ci sarà pure chi preferisce che soldi e energie siano impiegati nelle strade piuttosto che nella cultura e chi preferisce dormire nelle sere d’estate godendosi il silenzio del nulla.
L’importante è fare una scelta e una volta fatta non piangersi addosso. Alle perse se ti piace tanto il festival di Avignone, ti pigli un aereo e ci vai, e se a Viterbo non trovi lavoro, emigri in Australia e tanti saluti.
Francesco Mattioli
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