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Operazione Sbiff - A processo anche l'imprenditore Matteo Leporatti - In 16 furono arrestati nel 2015, in sette hanno patteggiato

Cocaina al popolo della movida, otto rinvii a giudizio

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Matteo Leporatti

Matteo Leporatti

Cocaina - Operazione Sbiff - Gli arrestatiCocaina - Operazione Sbiff - Gli arrestati

Cocaina – Operazione Sbiff – Gli arrestati

Cocaina - Operazione Sbiff - Gli arrestati

Cocaina – Operazione Sbiff – Gli arrestati

Viterbo - Carabinieri

Viterbo – Carabinieri

Viterbo - Carabinieri - Operazione Sbiff

Viterbo – Carabinieri – Operazione Sbiff

Carabinieri in azione

Carabinieri in azione

Operazione Sbiff dei carabinieri

Operazione Sbiff dei carabinieri

Viterbo – Operazione Sbiff, in otto a processo per spaccio di cocaina tra i quali l’imprenditore viterbese 39enne Matteo Leporatti (video).

A distanza di quasi due anni dal blitz scattato all’alba del 20 luglio 2015 sono stati rinviati a giudizio ieri dal gup Savina Poli.

Leporatti, che ha voluto farsi interrogare ancora una volta prima della fine dell’udienza preliminare, ha ribadito la sua estraneità alle accuse. “Non c’entra niente, la verità verrà fuori durante il dibattimento”, hanno commentato dopo il rinvio a giudizio i difensori Franco Fiorani e Cesare Gai. 

“Facciamo sbiff”, avrebbero detto gli indagati in gergo al telefono quando c’era da portare cocaina da sniffare. Da qui il nome dell’operazione che con i suoi 16 arresti avrebbe consentito, per l’accusa, di sgominare una banda dedita allo spaccio di cocaina fuori dei locali notturni, dei bar, delle discoteche e dei night club più modaioli ed esclusivi del capoluogo e non solo.

Due soli gli italiani tra gli arrestati: Matteo Leporatti e un medico romano residente ad Amelia e in servizio a Terni, Massimiliano Palmerini alias “il dottore”. Gli altri sono 13 albanesi e un romeno.

In sette, tra cui il dottore, avevano già patteggiato davanti al gip, uno degli indagati a tutt’oggi risulta irreperibile. 

Trasversale la clientela. Dai meno abbienti, ai consumatori della “Viterbo bene”, cui sarebbe bastato uno squillo per farsi recapitare la cocaina direttamente nei luoghi dello sballo.

La droga sarebbe stata sniffata al volo, all’esterno dei locali, sull’auto degli spacciatori che, astutamente, portavano con sé solo poche dosi alla volta e si facevano pagare successivamente, per evitare vistosi movimenti di denaro.

L’inchiesta, nata da un’intuizione dei carabinieri di Bagnaia, ha fatto venire a galla un’articolata rete di smercio: fiumi di cocaina tra la frazione e il capoluogo, con decine di assuntori segnalati alla prefettura.

Traditi da un furto “anomalo” alle slot machine di un bar di Bagnaia dove guarda caso quella notte l’impianto di videosorveglianza non era funzionante. Le indagini sono partite nel luglio 2014 grazie al fiuto dei carabinieri della locale stazione, i quali si sono messi sulle tracce di tre fratelli albanesi, avventori del locale, scelto come sede dello spaccio.

Sempre loro gli autori del colpo che, per agire indisturbati, avevano minacciato uno dei soci costringendolo, per paura, a disattivare le telecamere. Accusati anche di estorsione, sarebbero inoltre riusciti in più occasioni a farsi consegnare gli incassi. Talmente sicuri di farla franca, da farla da padroni.

La prima udienza del processo è stata fissata al 14 giugno 2018. Fra un anno. 


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29 giugno, 2017

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