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Viterbo - Dieci anni fa non c'era quasi niente - La mappa della resistenza al nazismo - FOTO, VIDEO E DOCUMENTI

il ricordo della sterminio degli ebrei è cosa viva anche nella Tuscia

di Daniele Camilli
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Viterbo – Dieci anni fa non c’era quasi niente. Oggi, anche nella Tuscia, il ricordo della sterminio degli ebrei è cosa viva. Anche a Viterbo, e in provincia. Merito dell’università della Tuscia, e di una sua ricercatrice in particolare, Elisa Guida, dell’associazione Semi di Pace, della scuola Fantappie e delle istituzioni. Due su tutte, Viterbo e Vetralla.


Multimedia – Fotogallery: La deportazione degli ebrei viterbesi, i documentiIl campo di concentramento di Vetralla – La mappa degli antifascisti della Tuscia“Cambiai cognome per sfuggire alla Shoah”Pietre d’inciampo e Semi di paceLe violenze di nazisti e fascisti nella Tuscia – Video: La memoria della Shoah nella Tuscia 


C’è ancora da fare e da studiare. In particolare le storie degli ebrei perseguitati. Nel 1943 venne stilata una lista di 33 ebrei da inviare ai campi di sterminio. Undici vennero catturati. Sarebbe anche bello intitolare un’aula dell’università in loro memoria, visto che il complesso di Santa Maria in Gradi a Viterbo, dove hanno sede rettorato e alcuni dipartimenti, è stata una delle carceri politiche del fascismo dove gli ebrei viterbesi vennero tenuti prigionieri prima di salire sui treni diretti ad Auschwitz.


Viterbo - Le pietre d'inciampo in via della Verità 19

Viterbo – Le pietre d’inciampo in via della Verità 19

Mariano Buratti

Viterbo – Mariano Buratti


Andrebbe anche indagata la storia della resistenza al fascismo nella Tuscia, che ha visto come protagonista la banda organizzata dai professore del liceo classico che oggi porta il suo nome, Mariano Buratti. Fucilato dai nazisti a Forte Bravetta (Roma) il 31 gennaio 1944. Nel pieno di una guerra che vedrà la città dei papi pesantemente bombardata dall’aviazione alleata. Oltre mille morti e un centro storico distrutto. Viterbo è medaglia d’argento al valore civile, così come Mariano Buratti è medaglia d’oro al valore militare. Diversi i documenti venuti fuori dagli archivi sulla resistenza nel viterbese nel corso degli ultimi anni grazie al lavoro fatto soprattutto dall’Anpi, l’associazione nazionale partigiani d’Italia.


Tarquinia - Il labirinto della memoria

Tarquinia – Il labirinto della memoria

Elisa Guida, studiosa della Shoah presso l’Unitus

 

Viterbo – Elisa Guida, ricercatrice Unitus


La memoria della Shoah, oltre ad alcune pubblicazioni, il primo è stato l’ex direttore della biblioteca comunale di Viterbo Giovanni Battista Sguario, è fatta salva innanzitutto grazie alle “pietre d’inciampo” e al lavoro dell’associazione Semi di Pace di Tarquinia.

Una memoria, quella della deportazione degli ebrei viterbesi, che ha rischiato a lungo di essere dimenticata. Quasi del tutto, se non fosse stato per il prezioso lavoro svolto dall’Università degli Studi della Tuscia e dall’associazione Semi di Pace Onlus di Tarquinia.

In entrambi i casi, la vera protagonista è stata Elisa Guida, ricercatrice dell’università della Tuscia, punto di contatto con l’Associazione ArteinMemoria presieduta da Adachiara Zevi e i Dipartimenti Distu e Disbec per quanto riguarda le pietre d’inciampo. E punto di riferimento per il lavoro realizzato da Semi di Pace. Fra l’altro, Elisa Guida ha da poco pubblicato un libro dedicato al ritorno in Italia dei deportati di Auschwitz, Mauthausen, Buchenwald, Ravensbrück e Dachau. Chi si occupò di loro, e che cosa significò tornare dopo essere sopravvissuti all’esperienza più drammatica del Novecento. Il titolo. “La strada di casa. Il ritorno in Italia dei sopravvissuti alla Shoah”. Viella editore.

Le pietre d’inciampo, iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig, sono dei piccoli blocchi in pietra ricoperti da una piastra di ottone sulla faccia superiore con i nomi delle persone deportate, il luogo di deportazione e la data di morte. Le pietre vengono incorporate nel selciato stradale delle città davanti alle abitazioni degli ebrei uccisi.


Derna e Saturno Cecchini

Vetralla – Derna e Saturno Cecchini

Archivio di Stato di Viterbo - La prima pagina del documento che riporta l'elenco degli internati nella Tuscia

Archivio di Stato di Viterbo – La prima pagina del documento che riporta l’elenco degli internati nella Tuscia


A Viterbo le pietre d’inciampo portano i nomi di tre ebrei deportati ad Auschwitz nel 1944. Emanuele Vittorio Anticoli, Letizia Anticoli e Angelo Di Porto. In via della Verità 19. L’Unitus ha portato più volte anche Piero Terracina, sopravvissuto al campo di Auschwitz, a confrontarsi con gli studenti dell’Ateneo e degli istituti superiori del viterbese.

Pietre che vivono grazie anche al lavoro quotidiano della scuola, istituto comprensivo, Luigi Fantappie di Viterbo. Nello specifico, grazie alle professoresse Daniela Eutizi ed Emanuela Menghini che ogni anno, attorno alla commemorazione della deportazione degli ebrei e della posa delle pietre d’inciampo, organizzano incontri ed eventi con gli studenti. Il prossimo, domani mattina alle 10.30 nella sala regia del comune di Viterbo.

L’associazione Semi di Pace ha invece dato vita, nella Cittadella di Tarquinia, al “Labirinto della Memoria”, un’installazione interattiva realizzata con un vagone ferroviario-carro merci del 1935 in legno e metallo, simile a quelli utilizzati durante la Seconda Guerra Mondiale per le deportazioni verso i campi di sterminio nazisti. L’ideazione del monumento, dove si svolgono spesso diversi spettacoli, ha coinvolto anche gli studenti dell’Istituto d’Istruzione Superiore “Vincenzo Cardarelli”. Un’iniziativa che ha ricevuto il patrocinio dell’Associazione Progetto Memoria, del CEDC Comunità Ebraica di Roma Dipartimento Cultura e dell’Ucei Unione Comunità Ebraiche Italiane. Il “Labirinto” ha ospitato anche una mostra, organizzata sempre da Elisa Guida, “La Shoah in Italia. Persecuzione e deportazioni (1938-1945)”.

Un documento dell’archivio di stato di Viterbo riporta invece un elenco di 172 persone internate prima dell’occupazione nazista. Di queste, 84 erano ebree.


Il campo di concentramento di Vetralla

Vetralla – Il campo di concentramento 

La mappa catastale del campo di concentramento di Vetralla

Vetralla – La mappa catastale del campo di concentramento


Nella Tuscia ci sono poi i resti di un campo di concentramento per prigionieri di guerra. Questa volta a Vetralla. Non divenne un campo di sterminio perché gli alleati fecero prima a invadere l’Italia. Aperto nel luglio del 1942 cambiò destinazione nel gennaio 1943. Subito dopo verrà utilizzato dai militari, tra cui la brigata Sassari. Una volta terminata la guerra verrà in parte saccheggiato e dato alle fiamme e in parte utilizzato per ospitare le famiglie sfollate. Nel 2009, a seguito della scoperta di alcuni documenti che riguardavano il campo di Vetralla e all’interrogazione di 6 parlamentari, il ministro per i beni culturali Sandro Bondi definì la proposta di trasformare il campo in un luogo della memoria “meritevole di considerazione”.

Da quel momento non se ne è fatto più niente e le tracce del campo di concentramento di Vetralla, ancora visibili, rischiano però di scomparire per sempre. Una volta chiuso il campo di concentramento, diversi prigionieri vennero inviati a Carpi, uno degli snodi della macchina dello sterminio sul territorio italiano. Non solo, ma prima di chiudere il campo di Vetralla, i fascisti tentarono di aprirne uno a Bolsena. Tentativo fallito perché i finanziamenti a disposizione erano spariti nel nulla. E uno ad Acquapendente, che, a causa dell’avanzata Alleata, ebbe vita brevissima. 

Sempre a Vetralla, l’amministrazione comunale del sindaco Franco Coppari ha dedicato la scuola media di Cura a due “giusti fra le nazioni”. Derna Peruzzi e Saturno Cecchini. Salvarono dallo sterminio una famiglia di ebrei.


Viterbo - Il partigiano Vincenzo Bianchini

Viterbo – Il partigiano Vincenzo Bianchini

Archivio di Stato di Viterbo - La lettera scritta da Parigi da un gruppo di operai antifascisti in esilio

Archivio di Stato di Viterbo – La lettera scritta da Parigi da un gruppo di operai antifascisti in esilio


Oltre alla deportazione e allo sterminio degli ebrei, fascisti e nazisti viterbesi furono protagonisti anche di vere proprie stragi. Sempre nella Tuscia. Quarantadue morti, 6 feriti e 36 episodi di saccheggio. Ed è quanto riporta un documento dei carabinieri datato 1944. Capranica, Monteromano, Carbognano, Canepina, Vejano, Blera, Vignanello, Viterbo, Calcata, Nepi, Bomarzo, Civita Castellana, Grotte Santo Stefano, Caprarola, Corchiano, Orte.

L’elenco redatto dai militari dell’Arma racconta la storia di 20 sardi assassinati il 17 novembre 1943 tra Sutri e Bassano Romano, perché si rifiutarono di prendere parte alla repubblica di Salò. La storia di Lucia Oroni, Mario Torselli, Giuseppe e Antonio Cocozza e Luigi Coletta di Capranica uccisi a colpi di mitragliatrice. Quella di Italo Biondini, freddato con un colpo di pistola alla nuca perché si oppose a un tentativo di stupro ai danni della ragazza. Oppure la vicenda di sei civili e un carabiniere ammazzati “a colpi di pistola, mitraglia e bombe a mano”. Infine, Luciano Maffucci di Corchiano, ucciso nel marzo del ’44 dopo aver ferito due nazisti, e dei partigiani Giuseppe Tossini e Eugenio Augurio di Caprarola, fucilati in piazza l’8 giugno 1944.

Oltre a Mariano Buratti, la resistenza viterbese ha annoverato tra le sue fila anche Vincenzo Bianchini, fra l’altro cognato di Buratti. Bianchini, nato a Viterbo nel 1903 e morto a Ginevra nel 2000, è stato pittore, scultore, scrittore e medico. Dopo la resistenza lavorò come medico nelle miniere di Ingurtosu in Sardegna e in Congo durante la guerra civile nel 1961. Organizzò pure un piccolo ospedale a Serisciabad in Kurdistan. E’ stato inoltre medico in Algeria (1965-1967) e in Iran dove è rimasto fino all’avvento di Khomeini nel 1978.

L’archivio di stato di Viterbo conserva anche alcuni elenchi di persone schedate da carabinieri e polizia tra il 1927 e il 1937 che descrivono una vera e propria dell’antifascismo in provincia di Viterbo. Nomi, cognomi, partiti di appartenenza e comuni di residenza. Infine lettere e speranze. Per un paese migliore e libero dalle dittature.

Daniele Camilli


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