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Operazione Erostrato - Viterbo - Gli inquirenti: "Ismail Rebeshi puntava al controllo dei locali notturni per stranieri" - L'albanese nelle intercettazioni: "Non possono fare come cazzo gli pare"

La mafia e le mani sulle discoteche

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Mafia a Viterbo - Ismail Rebeshi

Mafia a Viterbo – Ismail Rebeshi

Mafia a Viterbo - Giuseppe Trovato

Mafia a Viterbo – Giuseppe Trovato

Scacco alla Mafia nel Viterbese - Gli arrestati all'uscita dalla caserma dei carabinieri

Scacco alla Mafia nel Viterbese – Gli arrestati all’uscita dalla caserma dei carabinieri

Viterbo – “Hai vinto tu, non apriamo più”. I due rumeni che avevano affittato i locali della discoteca Theatro per organizzare serate per stranieri gettano la spugna. E la gettano dopo che in un mese, e più precisamente dal 30 settembre al 29 ottobre 2017, hanno subito intimidazioni e minacce di morte, il danneggiamento di un furgone e l’incendio di un’auto, oltre al ritrovamento di una testa di maiale e di quattro di agnello lasciate di fronte al locale. Sanguinanti.

Per gli inquirenti non ci sono dubbi: Ismail Rebeshi, considerato al vertice della mafia viterbese, voleva avere “il controllo esclusivo dell’organizzazione di serate danzanti per rumeni”. Dalle carte dell’inchiesta Erostrato, infatti, emerge che l’albanese, “oltre a essere titolare di una rivendita di auto a Viterbo e di un bar ad Attigliano, è amministratore della discoteca Range club (nel capoluogo, ndr) e gestore della discoteca La Ninfea di Vetralla, entrambe frequentate prevalentemente da stranieri”.

Le serate al Theatro sono un “evidente colpo – scrivono i carabinieri che, coordinati dalla Dda di Roma, hanno condotto le indagini – alle prospettive di guadagno che Rebeshi si aspettava di conseguire dalle serate da lui organizzate”. Da qui le intimidazioni e le minacce di morte ai due rumeni e il ritrovamento delle cinque teste di animali mozzate. Episodi, sottolineano gli investigatori, “esplicitamente finalizzati a costringere le vittime a chiudere la collaborazione con il Theatro e a interrompere le serate”. Episodi sempre denunciati dai due rumeni, che i carabinieri descrivono come “fortemente intimoriti ed estremamente spaventati per sé e per i propri familiari, in uno stato di ansia, di terrore e di timore”.

I messaggi intercettati tra Rebeshi e una delle vittime. “Ascolta bene questo messaggio. Te, chi c’hai vicino, chi c’hai intorno e chi ti fa monta’ la testa. Io rompo il culo a chi voglio. Ricorda bene queste parole da un albanese: vi strappo il culo. A te, a tua madre, a tuo padre, a tutti quanti”. E ancora: “Ti vedo. Vedo chi sta con tua moglie, con tuo figlio, con chi stai tu. So dove abiti e dove lavori. Ti sbudello. Tu pensi che giochi con Erman (pseudonimo di Rebeshi, ndr)? Non ti lascio in pace. Prima di tutto devi chiedere il permesso, capito? Non è che tutti possono fa’ come cazzo gli pare”.

Per gli inquirenti “l’affermazione ‘Devi chiedere il permesso’ è emblematica del comportamento mafioso di Rebeshi al quale, per ottenere l’autorizzazione e non subire violente ripercussioni, si devono rivolgere tutti quelli che vogliono avviare attività concorrenti alle sue”.

Nel parlare con alcuni conoscenti dei due rumeni, Rebeshi dice: “Li ammazzo, gli ammazzo pure il figlio piccolo. Qua faccio io e basta, nessun altro. Finché io respiro, in nessun modo vanno avanti. C’ho un obiettivo: a Viterbo il locale per rumeni, albanesi e stranieri deve averlo solo Erman. E nessuno mi deve mancare di rispetto. Non devono aprire niente loro, devono chiudere e basta. Mi sto organizzando per portare un po’ di amici da Roma. Vado lì, gli sfondo il (incomprensibile, ndr) e chiudono. Questi non vogliono capire così, vogliono capire con le cattive”.

I carabinieri tornano a sottolineare “l’atteggiamento mafioso e il ruolo di boss rivestito da Rebeshi tra connazionali e rumeni”. Dell’albanese le due vittime dicono: “Avevamo molta paura per la spregiudicatezza di Rebeshi. Sappiamo che è a capo di un gruppo di criminali. Non li conosciamo, ma sappiamo che sono senza scrupoli e potrebbero fare cose ben più gravi. Lui ha la possibilità di ordinare a chiunque di venirci a colpire. Si avvale della collaborazione di molti per le sue attività illecite e sono molto temuti. Alcuni di questi, poi, sono italiani e si dice siano mafiosi. Sono molte le persone che sono state minacciare dall’albanese e costrette a chiudere le attività o addirittura a non aprirle, perché per l’apertura dei locali a Viterbo occorre chiedere a lui il permesso”.

Per gli investigatori anche Giuseppe Trovato, pure lui ritenuto al vertice dell’associazione mafiosa, avrebbe avuto un ruolo nella vicenda: quello di “supporto e codeterminatore delle scelte di Rebeshi”. In un’intercettazione con quest’ultimo, riferendosi alle cinque teste di animali mozzate, afferma: “Mo, come ci mandiamo queste, cambiano tutti già atteggiamento”.

E così è stato. Alla fine, i due rumeni gettano la spugna e lo comunicano a Rebeshi: “Abbiamo chiuso. Basta. Abbiamo pensato che è più importante la famiglia. A noi i soldi non servono. È tutto tuo”.


Multimedia: Fotocronaca: Mafia a Viterbo – I tredici arrestati – Operazione Erostrato, gli arrestati – Scacco alla Mafia nel Viterbese – Video: Prestipino e Palma spiegano come agiva l’organizzazione mafiosa – 13 arresti per associazione a delinquere di stampo mafioso – Scacco alla Mafia nel Viterbese


Gli indagati

1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;

2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;

3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;

4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;

6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;

9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;

10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;

11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;

12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;

13. ERASMI Emanuele, 50enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.


Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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3 marzo, 2019

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