Viterbo - Le motivazioni della cassazione - In 77 pagine le gesta del sodalizio criminale dei boss Trovato e Rebeshi
di Silvana Cortignani
Viterbo – “Mafia viterbese, il sodalizio agiva con la forza intimidatrice di un vincolo associativo stabile”, nessun dubbio per la cassazione, che il 31 gennaio ha confermato la sentenza d’appello facendo diventare definitive nove condanne.
In 77 pagine di motivazioni vengono ripercorse le gesta del sodalizio criminale italo-albanese dei boss Giuseppe Trovato e Ismail Rebeshi, che hanno convinto la corte di cassazione a confermare la sentenza di secondo grado del 7 giugno 2021, compresa l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, ai nove imputati che hanno presentato ricorso fino al terzo e ultimo grado di giudizio.
“Piccola mafia”, in sostanza, ma “con la forza intimidatrice del vincolo associativo”. “Le sentenze di merito hanno dato atto che a Viterbo, tranquilla provincia laziale, tra il gennaio 2017 e il dicembre 2018 sono stati registrati una serie di episodi incendiari e di atti intimidatori in parte preventivamente sventati e che le indagini hanno portato alla conclusione che si trattava di episodi riconducibili a un gruppo di soggetti facenti parte di un’associazione di stampo mafioso di carattere locale”, si legge nelle motivazioni.
Nel frattempo si attende ancora la sentenza di primo grado per due imprenditori viterbesi e un operaio romeno accusati di estorsione con metodo mafioso e l’appello contro la sentenza di primo grado del processo per estorsione con metodo mafioso ai fratelli David e Ismail Rebeshi, in cui sono parti offese due imprenditori del capoluogo.

Mafia viterbese – I nove condannati in via definitiva dalla cassazione
L’influenza del boss Trovato fin dentro Mammagialla
Tra le pieghe delle motivazioni della sentenza del 31 gennaio 2023 della suprema corte spunta un episodio apparentemente scollegato dalle vicende che hanno funestato per due anni il capoluogo, ma che secondo i giudici la dice lunga sull’influenza dei sodali arrestati nel blitz dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019. L’episodio è quello della moglie di un pregiudicato ultrasessantenne del Pilastro, originario della Calabria, la quale chiese l’intervento del boss Giuseppe Trovato per far cessare le condotte vessatorie di altri detenuti ai danni del marito. Si tratta del 71enne nel frattempo deceduto, lo scorso mese di luglio a Belcolle, dove era stato ricoverato pochi giorni prima in seguito a un ictus che lo ha colpito proprio in carcere dove era stato appena condotto per scontare una pena definitiva per droga. Ai tempi la moglie chiese aiuto a Trovato, che evidentemente riteneva influente anche all’interno delle mura del super carcere sulla Teverina.
“Azioni violente a cadenza quasi quotidiana”
Nelle motivazioni della cassazione viene inoltre sottolineato il “movente” che avrebbe spinto il calabrese Giuseppe Trovato, originario di Lamezia Terme ma imprenditore a Viterbo da 15 anni, difeso dall’avvocato Giuseppe Di Renzo del foro di Vibo Valentia, ovvero che le attività dei suoi tre compro oro “nel periodo antecedente ai fatti in questione avevano segnato un andamento negativo”, da cui la necessità di imporsi nel settore dei compro oro che “ha spinto ossessivamente, con cadenza quasi quotidiana, il Trovato a ideare, programmare ed eseguire azioni intimidatorie e violente nei confronti dei concorrenti del settore al fine di costringerli a cessare dall’attività ovvero, una volta intimoriti, a scendere a patti con lui”.
Per la cassazione le sentenze di primo e secondo grado “danno altresì atto che dalle indagini è emerso che il Trovato ha saldato i propri interessi a quelli di Rebeshi Ismail, gestore di diverse attività, interessato a controllare in via esclusiva il settore dell’organizzazione di serate danzanti per stranieri residenti nel viterbese. Nelle intercettazioni si parla espressamente di fusione tra calabresi e albanesi come della ‘meglio fusione che c’è in tutto il mondo'”.
Fondamentali le dichiarazioni confessorie di Dervishi Sokol “che ha affermato che fra Trovato e Rebeshi vi era un accordo per cui Trovato aiutava Rebeshi a controllare il mercato della droga a Viterbo e in cambio Rebeshi con i suoi uomini aiutava Trovato a incendiare i negozi e le auto dei concorrenti del compro oro”.

Mafia viterbese – Intimidazioni al compro oro
Incendi e teste mozzate contro i compro oro concorrenti
Esemplare il caso di uno dei titolari di compro oro finiti nel mirino del sodalizio, vittima di tentata estorsione pluriaggravata con plurimi attentati tra gennaio e novembre 2017: la notte tra 7 e 8 aprile 2017 danneggiamento dell’autovettura Audi A3, danneggiamento dell’autovettura Fiat 600 tra il 25 e il 26 giugno 2017. danneggiamento vettura Fiat 600 il 9 novembre 2017.
Stessa sorte è toccata a una collega cui, la notte fra il 9 e il 10 novembre 2017, sono state collocate due teste mozzate di animali con conficcati in fronte due proiettili davanti alla porta di ingresso del negozio. Ai suoi danni anche il danneggiamento di una vetrina del negozio con la scritta in vernice rossa della frase “dammi li sordi” nonché il posizionamento di due ceri funebri all’ingresso. “La donna – viene fatto notare – sapeva che l’atto intimidatorio era finalizzato alla chiusura del negozio ed è attestato dalla conversazione intercettata la mattina seguente nel corso della quale Trovato mette al corrente la compagna della situazione, lamentandosi del fatto che la commerciante, nonostante le minacce, aveva aperto il negozio”. “Ribadisco che gli incendi all’autovettura sono stati perpetrati da soggetti che svolgono la mia stessa attività e che vogliono costringermi a chiudere il mio negozio (…) in seguito a tali brutti episodi io e la mia famiglia viviamo in uno stato di assoluta paura”, mette nero su bianco la commerciante nelle sommarie informazioni testimoniali del 13 ottobre 2017.

Mafia viterbese – Un attentato incendiario
Auto bruciate e proiettili a un politico: “Fai l’omm”
Per la difesa di Trovato, che ha duramente contestato l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso, mancherebbe del tutto “la finalità di acquisire il controllo di determinati settori economici e segnatamente quello dei compro oro e dei locali notturni atteso che tutti gli atti intimidatori erano forme di ritorsione per i torti che il Trovato riteneva di aver ingiustamente subito”. Intanto auto bruciate e proiettili hanno ragygiunto perfino a un politico:
Cinque tra attentati e intimidazioni hanno riguardato, tra gennaio 2017 e giugno 2018, il commercialista e politico Claudio Ubertini, cui a gennaio 2017 è stata danneggiata una Smart intestata alla figlia e in uso a lui, a novembre 2017 una Mini Cooper di proprietà del figlio, la notte tra il 29 e il 30 giugno la Smart di proprietà della figlia”. Ci sono poi il posizionamento di una carcassa di animale sul cofano della Mini Cooper e la ricezione di una lettera contenente un proiettile e un frammento di foglio con su scritto “Fai l’omm”.
È andata meglio – per così dire – all’addetto alla sicurezza di due discoteche del capoluogo, “avvertito” con l’incendio della vettura Porsche Cayenne a lui in uso, la notte tra il 28 e il 29 ottobre 2017.

Mafia viterbese – Furgone in fiamme a Viterbo – Nei riquadri Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato
“Armi a disposizione di tutti i sodali per gli atti violenti”
Si parla quindi delle famigerate armi “poste a disposizione del sodalizio e non destinate all’uso personale del possessore, così come è indubbio che la disponibilità delle armi abbia agevolato l’associazione mafiosa, non solo per la possibilità di utilizzarle per atti intimidatori o violenti, come in effetti è avvenuto, ma anche perché il loro possesso ha certamente accresciuto la fama criminale del gruppo”. “Tutti i ricorrenti – si legge nelle motivazioni – erano consapevoli della disponibilità di armi, come dimostrato dalla ricerca della Beretta occultata nei pressi di una ditta”.
“Forme sempre più teatrali di attentati”
Viterbo a ferro e fuoco per un intero biennio. Nel 2017 gli episodi avvengono ogni mese così come nel 2018. Si tratta di ricorso alla violenza esercitata con gesti di grande impatto, per lo più attentati incendiari e nella parte finale della vita sociale attiva anche con l’uso delle armi. La zona di influenza è quella del settore commerciale dei compro oro in cui svolgeva l’attività il Trovato per poi estendersi anche ai settori di interesse del Rebeshi (locali notturni e spaccio di stupefacente). “Tutta la comunità viterbese – si legge nelle motivazioni – era pervasa comunque da tensione, considerate anche le forme sempre più teatrali degli attentati. Le attenzioni venivano riservate dal sodalizio anche alle forze dell’ordine e ad alcuni professionisti”.
Trovato era l’anima del sodalizio, per i giudici che hanno confermato le ipotesi investigativi dei carabinieri del comando provinciale coordinati dai pm Francesco Tucci e Giovanni Musarà della Dda di Roma. Gli attentati venivano preparati in maniera meticolosa facendoli precedere da sopralluoghi. Importante circa l’esistenza del vincolo associativo sono anche le conversazioni telefoniche tra Trovato e la compagna, anche lei condannata. I sodali venivano pagati. Trovato si occupava anche di indottrinare i soci, di cultura ed origini diverse, parlando loro dei valori tipici delle mafie tradizionali.
“Piccola mafia, con la forza intimidatrice del vincolo associativo”
“All’inizio si ipotizzava l’esistenza di una sorta di mafia delocalizzata, in virtù del presunto legame tra Trovato e alcuni cugini residenti a Lamezia Terme tacciati di mafiosità”, sottolinea Di Renzo, ricordando come, entrando nel merito, i giudici che hanno trattato la vicenda abbiano concordato sulla “consorteria” definita falla giurisprudenza come” mafia atipica o piccola mafia” ovvero un’organizzazione con un ridotto numero di sodali che insiste su un territorio limitato e investe un determinato settore di attività avvalendosi del metodo mafioso dal quale derivano assoggettamento ed omertà. Secondo i tre gradi di giudizio con la sussistenza comunque della “forza intimidatrice del vincolo associativo”.
Silvana Cortignani
Le nove condanne definitive
– Giuseppe Trovato: 12 anni e 9 mesi di reclusione
– Ismail Rebeshi: 10 anni e 11 mesi
– Spartak Patozi: 8 anni e 8 mesi
– Gabriele Laezza: 7 anni
– Shkelzen Patozi: 6 anni e 4 mesi
– Fouzia Oufir: 5 anni
– Gazmir Gurguri: 4 anni e 8 mesi
– Sokol Dervishi: 4 anni e 6 mesi
– Luigi Forieri: 3 anni e 6 mesi (caduta l’aggravante dell’associazione di stampo mafioso)
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