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Operazione Erostrato - Le intercettazioni captate dai carabinieri - La mafia viterbese era armata - Preparavano un attentato dinamitardo per la sera di santa Rosa
Viterbo – La mafia viterbese era armata. “L’associazione mafiosa – scrivono gli inquirenti nelle carte d’inchiesta – è aggravata dall’essere armata. È evidente la concreta disponibilità delle armi da parte del sodalizio, nonché la circostanza che tutti i sodali sono consapevoli della disponibilità delle armi da parte di Giuseppe Trovato”. Perlopiù pistole.
“Noi ne abbiamo dieci qua… di bombole”, rivela Trovato al padre in un’intercettazione telefonica. Per i carabinieri di Viterbo, che hanno condotto l’operazione Erostrato, le “bombole” sarebbero le armi da fuoco. Armi da fuoco con cui, secondo gli inquirenti, “Trovato aveva intenzione di colpire o minacciare la vittima di turno”. Come il commerciante Alberto Abatecola, morto ad aprile dopo una lunga malattia, e il figlio. Quest’ultimo colpevole di essere stato “procacciatore di affari e clienti per conto di gestori di compro oro concorrenti di Trovato”. In un’intercettazione con la sua dipendente Martina Guadagno, Trovato afferma: “Succederà qualcosa di brutto. Arrivo con la 9 x 21 (cartuccia per pistola, ndr) e la scarrello a tutti e due. A padre e figlio. A ‘sti due Abatecola… pam, pam”.
Trovato sarebbe stato “pronto a sparare anche a Daniele Casertano, campano da anni nel Viterbese gravato da plurimi precedenti penali”. Alla guida della sua Audi, mentre passava sotto casa dell’uomo, Trovato avrebbe esclamato: “Ti ammazzo, brutto napoletano. Brutto figlio di troia. Merda, infame. Lo sparo int’ ‘a capa sto coglioncello”. Per poi aggiungere, durante una conversazione con Ismail Rebeshi: “Non mi crede che gli sparo tutta la porta. Lo faccio cacare, deve andarsene da qua”.
Nel mirino di Trovato anche Bruno Paternollo, titolare dell’Oro Cash sulla Teverina e quindi suo concorrente. “Io a questo lo sparo”, dice in un’intercettazione ambientale. E per sparare a Paternollo era pronto a “reperire anche un sicario”. Durante una conversazione con la compaGna Oufir Fouzia, avrebbe rivelato: “Ismail Rebeshi mi ha detto: Tu scendi e gli sparo io, che ho una macchina rubata. Giusè, gli sparo io e tu stai sotto”. Ovvero, avrebbe fatto da palo.
Non solo Giuseppe Trovato. “Gabriele Laezza – è scritto nell’ordinanza firmata dal Gip Flavia Costantini -, con tono agitato, informa Trovato dell’arresto di un giovane per detenzione di stupefacenti e di una Beretta con matricola abrasa. La preoccupazione di Laezza dipende dal fatto che le forze dell’ordine potrebbero rilevare le sue impronte sull’arma sequestrata e dunque risalire a lui quale procacciatore. Di fronte alle preoccupazioni di Laezza, Trovato, rivelando una collaudata esperienza nel settore delle armi, declina una sorta di decalogo di comportamento”. Ovvero, gli dà dei consigli su come maneggiare le pistole.
“Io mi porto i guanti in lattice – dice Trovato -. Li prendi e poi li butti. Perché se tu l’acchiappi così (a mani nude, ndr), restano le tue tracce. La pistola mai tenerla a casa, la metti in un terreno”. E così è successo, ad esempio, la sera del 28 agosto del 2017, quando una pistola è stata occultata in un nascondiglio ricavato in una zona isolata di una strada di montagna.
Pistole. Ma anche una bombola con quattro chili di propano, pronta a esplodere in concomitanza dello spettacolo pirotecnico di santa Rosa. Dai primi giorni di settembre 2018 i carabinieri “registrano una serie di conversazioni ambientali tra Trovato e alcuni consociati, in particolare Spartak e Shkelzen Patozi, con i quali programma un atto intimidatorio nei confronti dell’Oro Cash al civico 38 della Teverina. Inizialmente, viene programmato un atto dinamitardo con una bombola di propano da 4 chili”. La bombola sarebbe stata fatta esplodere in concomitanza con i fuochi d’artificio del 3 settembre, per la festa di santa Rosa. Ma le forze dell’ordine riescono a sventare l’attentato.
“Nonostante tutto – prosegue l’ordinanza d’arresto – Trovato, che sovraintende le operazioni e le pianifica nei dettagli, riorganizza e programma con i suoi adepti un nuovo atto intimidatorio: con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco. E a mezzanotte e mezza del 10 settembre 2018 un personaggio con cappuccio o passamontagna spara tre colpi di pistola contro la vetrata del negozio Oro Cash di Bruno Paternollo, allontanandosi, come era stato concordato nei sopralluoghi, nella vicina strada Mammagialla”.
Armi, estorsioni e intimidazioni. Ma anche aggressioni, a suon di pugni al naso e martellate in testa. Tra le vittime dell’associazione mafiosa anche un benzinaio di Viterbo, minacciato di morte e riempito di schiaffi e cazzotti in faccia per aver danneggiato, secondo il sodalizio, il motore dell’Audi di Trovato. Calci e pugni al volto e al torace non sarebbero stati risparmiati neppure a Giovanni Biosa, 38enne con precedenti. “È stato aggredito – riepilogano gli inquirenti -, di notte, quando si trovava da solo, da almeno sei\sette persone, che hanno continuato a colpirlo anche quando si trovava a terra inerme. L’organizzazione criminale ha agito per spirito punitivo. Biosa era sospettato di aver danneggiato l’auto di Sokol Dervishi ed era reo di aver danneggiato la vetrina di un bar ubicano vicino l’abitazione di Trovato, dunque in una zona di Viterbo rivendicata come ‘propria’ dal sodalizio criminale”.
Gli indagati
1. TROVATO Giuseppe, detto “Peppino”, 43enne originario di Lamezia Terme, da anni trasferitosi a Viterbo, dove gestisce tre Compro oro, con un ruolo di vertice nell’associazione smantellata;
2. REBESHI Ismail, detto “Ermal”, cittadino albanese di 36 anni, domiciliato a Viterbo, dove gestisce una rivendita di autovetture ed un locale notturno, anche questo con ruolo di vertice nel sodalizio;
3. PATOZI Spartak, detto “Ricmond”, cittadino albanese di 31 anni, residente a Vitorchiano, operaio, partecipe dell’associazione;
4. DERVISHI Sokol, detto “Codino”, cittadino albanese di 33 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
5. GURGURI Gazmir, detto “Gas”, cittadino albanese di 35 anni, residente a Canepina, operaio, partecipe dell’associazione;
6. LAEZZA Gabriele, detto “Gamberone”, 31enne, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
7. OUFIR Fouzia, detta “Sofia”, cittadina marocchina di 34 anni, residente a Viterbo, compagna e dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;
8. GUADAGNO Martina, 31enne residente a Viterbo, dipendente di Trovato, partecipe dell’associazione;
9. FORIERI Luigi, detto “Gigi”, 51enne residente a Caprarola, titolare di un bar, partecipe dell’associazione;
10. PATOZI Shkelzen, detto “Zen”, cittadino albanese di 34 anni, residente a Viterbo, operaio, partecipe dell’associazione;
11. PAVEL Ionel, cittadino romeno di 35 anni, concorrente in alcuni delitti-fine;
12. PECCI Manuel, 29enne residente a Viterbo, titolare di un centro estetico, concorrente in un delitto-fine;
13. ERASMI Emanuele, 53enne residente a Viterbo, artigiano, concorrente in un delitto-fine.
Presunzione di innocenza Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.