![]() Francesco Mattioli |
– E’ facile condividere la costernazione generale per la chiusura del Cinema Trieste; personalmente ricordo di avervi recitato a dieci anni quando era parroco di Santa Maria dell’Ellera don Otello Ferrazzani.
Temo tuttavia che questa triste vicenda sia solo un segno dei tempi, almeno di questi tempi congiunturali che tarpano le ali alle idee e persino ai consumi.
A Viterbo in questi ultimi mesi hanno chiuso anche il Metropolitan e l’Azzurro, due strutture moderne e capienti che tuttavia non hanno resistito alla temperie dei nostri giorni; e pensare che in passato l’Azzurro aveva anche ospitato attività teatrali, conferenze, esibizioni culturali di vario genere.
La spiegazione normalmente avanzata in questi casi – comune a tante città italiane, e non solo italiane – è che è cambiato il modo di consumare cinema: intanto, con la proliferazione di home video e di canali televisivi a pagamento, in secondo luogo con la crescita dei multisala, che si avvicinano molto, nella logica, ai centri commerciali. A qualcuno questa spiegazione forse non basterà; ma fa il paio con quanto avviene ad esempio nel mercato discografico, dove oggi un artista prende un disco di platino con appena diecimila copie vendute, per lo più su internet. Se il mondo cambia – anche nella cultura e nello spettacolo – inevitabilmente intorno a noi molte cose che ci piacevano o alle quali eravamo abituati, finiscono per cambiare. E il nuovo regime fiscale non aiuta certo quelle organizzazioni che già avevano problemi a tenere aperto un locale pubblico che, di per sé, non rientrava nelle loro precipue finalità istituzionali.
Mentre chiude un cinema, vorrei ricordare che solo a via Cavour, una via centrale, si contano una ventina di locali chiusi per cessata attività commerciale. Per inciso, intorno alla multisala di Vitorchiano, stanno fallendo i negozi che speravano di trarre profitto dalla presenza di quel cinema. Se questo è il clima, è chiaro che la cultura – vaso di coccio tra i vasi di ferro dell’economia e della finanza, come sanno bene gli amministratori locali – non ha scampo.
Detto questo, una domanda mi assilla: come mai Veronesi si sveglia adesso? Dove era, con il suo twitter, quando chiudevano il Metropolitan e l’Azzurro? Eppure, dietro alla chiusura del Metropolitan non c’era – come nel caso del Trieste – una Curia che sta facendo i conti con l’Imu, ma addirittura una vera e propria speculazione immobiliare, lecita certo, ma che strideva moltissimo con la primitiva destinazione culturale di quello spazio. Magari un domani il Cinema Trieste potrebbe accogliere una mensa sociale, uno spazio per il catechismo, persino una funzione religiosa: ma il Metropolitan si è trasformato in appartamenti da vendere!
E allora, perché tutto questo cancan proprio per il Trieste? Che cosa c’è dietro questa improvvisa sollevazione di elevati spiriti, che piangono la perdita di un così piccolo spazio culturale, quando oltre ai cinema viterbesi hanno problemi il Teatro Comunale, il Teatro San Leonardo, il Museo Civico, Ferento e Castel d’Asso? Forse il Cinema Trieste è la goccia che ha fatto traboccare il vaso? O c’è dell’altro? E che altro?
Si richiede a gran voce di intervenire, si propongono sollevazioni popolari e appropriazioni proletarie degne di ben altre sorti. Ma chi dovrebbe intervenire? Di certo, se lo fa il privato, vuole trovarvi un profitto, e la cultura di questi tempi non è considerata una opportunità; per contro, gli enti pubblici – che per lo meno di fare cultura hanno l’obbligo istituzionale – non hanno più i mezzi per provvedere.
Posso quindi condividere d’istinto le giaculatorie che da più parti salgono al cielo, contro l’ennesimo attentato alla cultura; ma sarebbe opportuno che da esse si passasse poi al concreto. Che fare del cinema Trieste? Chi paga? Con quali soldi? Sottraendoli a quali altre destinazioni istituzionali, sociali, religiose o culturali?
Non so se la Curia ha un piano di elevato tenore morale, se il Comune ha la sua ricetta, o se c’è un privato in vena di investimenti coraggiosi. Ma ho l’impressione che si tratti di una battaglia, almeno temporaneamente, persa, o – peggio – che sia una battaglia che nasce altrove e per altri fini.
Comunque, se qualcuno ha una proposta, e se questa è veramente praticabile, faccia un passo avanti.
Incazzarsi va bene e fa bene, specie se non si fanno distinguo ideologici a priori. Si va perfino sui giornali, e questo può anche aiutare. Poi, però, che prevalgano realismo e concretezza.
Francesco Mattioli
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