![]() Il cinema Trieste |
Riceviamo e pubblichiamo – Colgo l’occasione concessa da Francesco Mattioli – che con il suo intervento ha sollevato alcune questioni inerenti la vicenda della chiusura del Cinema Trieste – per condividere una riflessione in tema di cultura e partecipazione. E – in riferimento a queste – non vale neanche la pena di ricordare a Mattioli che a Viterbo esiste una platea di realtà che da tempo lamentano una scarsa attenzione e una drammatica carenza di programmazione. Dovrebbe saperlo.
Il disagio fatto oggetto della sua analisi – professor Mattioli – è anche un segno della crisi della politica, quella che i partiti pretendono di fare nelle sedi istituzionali. Nei consigli si dibatte di urbanistica, non di cultura e partecipazione, ignorando che sono questioni interconnesse. Ma di questo dovremmo invece discutere.
E di questo parlano in questi giorni i tanti cittadini che si sono ritrovati intorno alla vicenda del Cinema Trieste. Per una particolare congiuntura e per l’affetto che molti hanno per i gestori del Trieste, quel malessere che covava sotto la cenere di una città grigia e annoiata è esploso. Come per la classica goccia, il vaso pieno di frustrazione e rabbia si è rovesciato. Il silenzio di una amministrazione comunale incapace di immaginarsi nel proprio ruolo politico e l’atteggiamento superficiale e pretestuoso della Curia pesano sul piatto della bilancia. La misura appare colma.
Poiché inoltre lei segnala il cambiamento dei tempi, immagino sarà interessato a conoscere le tante realtà che intorno ai centri storici, agli spazi pubblici e ai luoghi della cultura hanno saputo ricostruire prospettive sociali ed economiche, investendo in una riqualificazione che facesse tesoro della partecipazione dei cittadini, della associazioni e anche degli operatori economici.
Per non concederle il vantaggio del dubbio, con realismo e concretezza, le dico che una ipotesi di lavoro sarebbe quella di rendere pubblico il censimento dei beni pubblici non utilizzati (spazi e locali) di comune e provincia, ovvero di tutti gli enti pubblici, promuovendo l’affidamento in comodato gratuito e con una convenzione per la manutenzione, ad associazioni e realtà culturali sulla base di progetti di utilizzo per finalità sociali e culturali. Sottraendoli all’abbandono e alla speculazione.
Teatro comunale, il teatro San Leonardo, il museo civico, Ferento e Castel d’Asso. Aggiungerei altri casi di spazi offesi, privatizzati, abbandonati, “sottratti”: Sant’Orsola, la colonia di San Martino al Cimino, il Bagnaccio e il Bulicame, il sito di Acqua Rossa, Musarna, il Lazzaretto, la stessa valle Faul. Possiamo poi non considerare il quartiere di San Pellegrino e gli altri centri sorici di Bagnaia, Grotte e San Martino?
A proposito. Cosa ha fatto lei professor Mattioli per opporsi – con realismo e concretezza – all’abbandono e al disinteresse nel quale versano queste emergenze? Lo chiedo – con rispetto – solo per capire se può concederci una parte della sua esperienza e competenza. Ne faremmo sicuramente tesoro.
Per quanto riguarda molte delle realtà e dei cittadini che sostengono questa mobilitazione (non tanto per riaprire il cinema Trieste ma per sollevare il problema della difficoltà che incontrano gli operatori culturali a Viterbo) le faremo pervenire corposa e storica rassegna stampa e altra e ampia documentazione. Da sempre sono impegnati e denunciano lo stato dei fatti e poiché si tratta per molti di loro di lavoro, meritano – se non altro – maggior rispetto. Anche da lei.
Umberto Cinalli
Operatore presso varie associazioni culturali e aspirante Spirito in elevazione
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