Viterbo – (s.m.) – “Non arrabbiato. Infastidito”.
Si sente così il direttore dell’Ater Ugo Gigli. La notizia dell’indagine a suo carico per abuso d’ufficio, sottrazione di documenti e diffamazione a mezzo stampa lo offende solo per una cosa: “Dopo tanti anni qui all’Ater avrei preferito essere indagato per reati più in linea col mio lavoro: che so, una gara truccata, una bustarella. Cose che capitano a chi dirige un ente pubblico. Così mi sento sminuito”.
L’ex assessore regionale Angela Birindelli, ingegnere all’Ater, lo ha denunciato per mobbing a luglio. Per la procura potrebbe essere stato lui a far sparire l’autocertificazione in cui l’ingegnera chiedeva l’autorizzazione per un incarico esterno a Soriano. Proprio quell’incarico è finito al centro del botta e risposta a suon di denunce tra Gigli e la Birindelli.
E ora che il direttore è nel registro degli indagati, la cosa gli è talmente nuova da trovare a stento le parole giuste. “Sono in una veste delicata. Sono inquisito, come si dice, indagato… insomma, sto sotto mazzola della procura. Mi chiamo Ugo Gigli da tanti anni, tengo a questo nome e mai mi ero ritrovato in una vicenda così squallida, come dice la Birindelli. Ha ragione a definirla così, ma sono tranquillo perché ne uscirò, se non con gli applausi, con qualcosa di simile”.
Nel merito della battaglia legale appena iniziata, Gigli non vuole entrare. “Devo parlare con gli inquirenti, non coi giornalisti”. Promette “una conferenza stampa per mettere i giornali al corrente di tutto, con i documenti e non con le chiacchiere”. Ma alla fine, al telefono, dice più di qualcosa. E usa una parola identica alla sua controparte Angela Birindelli: persecuzione. “C’è una volontà di denigrazione – dichiara -. E’ in atto una serie di persecuzioni private nei miei confronti da politici, da dipendenti sotto consiglio di disciplina e non voglio dire da chi altro. E’ singolare che alcuni politici, anche di livello alto tipo Francesco Storace, abbiano la voglia e il tempo di dare addosso a uno come me. Un funzionario pubblico e un servitore dello Stato. Per ora subisco, ma le cose cambieranno”.
Gigli parla delle nuova richiesta di revoca del suo incarico presentata da Storace ieri pomeriggio. “Interrogazione urgente a risposta immediata”, si legge su un lancio dell’agenzia di stampa “Il Velino”, indirizzata al presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e all’assessore alle Politiche abitative Fabio Refrigeri. Storace chiede la testa di Gigli e la chiede subito, “per fare chiarezza sulla controversa gestione dell’Ater”, a seguito del blitz della finanza. Sempre “Il Velino” parla di una seconda indagata: Valentina Fraticelli, “dirigente dell’Ater di Viterbo che sembrerebbe recentemente nominata facente funzione senza procedure ad evidenza pubblica”.
Per Gigli è puro “accanimento contro un impiegato”. “Io non sono un dipendente regionale – taglia corto -. Io ho un contratto di natura privata con l’Ater e il mio rapporto di lavoro dipende esclusivamente dal commissario. Storace è come se parlasse col parroco: al massimo mi può dire che non sono un buon cattolico, ma non me lo può togliere l’incarico. E nemmeno Zingaretti. Storace e Sabatini hanno fatto due, quattro, cinque interrogazioni su di me. L’ultima dice che devo essere cacciato via dal mio posto di lavoro. Che però non è un incarico politico. Io qui lavoro per me e per la mia famiglia. Parlare di persecuzione è un eufemismo”.
Il pluridecennale direttore dell’Ater ha notato anche qualche strano movimento. Sempre in zona Storace. “Ho avuto pressioni per chiudere questa cosa con la Birindelli. A quel punto mi è stato detto che potevo diventare anche amico di Storace. Andavamo pure a cena. Ora, sia chiara una cosa: io a cena ci vado solo con gli amici miei. Se c’era un motivo politico per andare a cena, potevo anche andare. Ma non con Storace”. Gigli non fa nomi. Ma le suddette pressioni sarebbero arrivate da più parti e più volte. L’ultima dieci giorni fa. “Da colleghi direttori, da dirigenti della Regione, da consiglieri regionali. Io poi mangio poco, ho lo stomaco delicato. E voglio mangiare bene”.
Anche sulle azioni che intraprenderà in seguito, Gigli resta sul vago, ma ha le idee chiare. “Ci difenderemo in ogni modo possibile perché la verità venga a galla. Io sto qui da 45 anni. Per certa gente è troppo, per me invece no. Finché riesco a fare bene questo mestiere – e lo faccio bene – voglio continuare a farlo. Ci sto abbastanza bene in questo ente e finché avrò l’affetto dei colleghi dell’ufficio io resterò qui. Con buona pace di Storace”.
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