Viterbo – Avere circa un ettaro di superficie all’interno delle mura civiche, di proprietà dello Stato, con parcheggi per un centinaio di auto, e immobili di decine di migliaia di metri cubi per poter accogliere ampi spazi museali, mostre, attività ricreative e culturali, e non usarli, o usarli male, è quasi un peccato mortale per una città come Viterbo penalizzata dalla mancanza di spazi culturali, centri di aggregazione per i giovani e, perché no, anche di parcheggi.
Giusto e azzeccato, dunque, il progetto di Tusciaweb di realizzare, oggi, una “Cittadella della cultura e della pace”.
Una storia vecchia, mai risolta, quella della riunificazione del complesso conventuale viterbese di San Francesco alla Rocca definita dal compianto parroco padre Giovanni Auda, in un articolo pubblicato sulle pagine del Popolo il 15 aprile del 1947, “una palpitante questione civica viterbese”.
“Sarà così gloria di questa insigne città di Viterbo, uscita martire dalla guerra distruggitrice – scrive tra le altre cose padre Giovanni Auda – vedere al più presto rinato il suo monumentale San Francesco, affiancato dal Convento glorioso, in cui i Frati faranno rivivere le antiche tradizioni culturali e religiose, provvedendo a una sistemazione decorosa del fabbricato che esce manomesso e mutilato da lunghi anni di eterogenea occupazione”.
E sulla richiesta dei locali occupati dal Distretto militare, padre Giovanni Auda, in una lettera del 20 giugno 1944 indirizzata al Comando Militare di Viterbo, aveva già scritto così:
“…Dovendosi procedere alla ricostruzione della Chiesa monumentale e volendosi con nuovo decoro provvedere alla sistemazione dei religiosi ufficiatori del tempio si pensa ripristinare le antiche destinazioni di convento il locale che serviva a Distretto Militare. Si verrebbe così a una soluzione storica e artistica di grande importanza per la città. Per questa ragione il sottoscritto a nome anche dei Superiori si pregia iniziare la pratica presso Codesto Comando per ottenere che il detto locale aderente alla Chiesa di San Francesco e che formava l’antico convento già sede del Distretto Militare venga nuovamente ceduto all’Ordine dei Frati Minori Conventuali che adibendolo a suo uso provvederà al restauro o meglio alla ricostruzione in modo da formare con la Chiesa stessa anch’essa ricostruita sullo stile originale un tutto armonico e completo. E ciò si chiede anche in forza del Concordato con la Santa Sede che stabilisce che le case ex conventuali per quanto è compatibile siano restituite alla primitiva destinazione”.
Sulla questione intervenne, all’epoca, anche il famoso e apprezzato giornalista viterbese Alessandro Vismara con un articolo intitolato “Scorci di storia viterbese. Santi, poeti, papi in un convento-caserma. Le rivendicazioni dei conventuali – Una rapida rassegna delle vicende del monastero”.
Nella parte conclusiva questo articolo è scritto: “… il convento continuò anche nei secoli seguenti a essere un centro di cultura e di religione per la formazione dei giovani che dovevano entrare nell’ordine. Esso raccoglie anche notevoli bellezze artistiche che non sono molto conosciute dato l’uso a cui fu adibito dopo che fu tolto ai frati. Particolarmente interessanti sono le finestre medioevali, il chiostro e la grande sala papale. Restituito all’ordine esso formerebbe coll’annessa chiesa un armonico complesso di grande valore artistico e culturale che continuerebbe degnamente le tradizioni di sette gloriosi secoli di storia dei figli di San Francesco nella patria di Santa Rosa”.
Silvio Cappelli
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