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Corte d'appello - Processo bis a Giorgio De Vito - Per i magistrati romani non fu tentato omicidio, ma lesioni - Il difensore Valentini: "E' infermo di mente, non c'era volontà di uccidere"

Sciabolate al rivale d’amore, pena ridotta da sette a due anni

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Giorgio De Vito

Giorgio De Vito

Giorgio De Vito con il suo avvocato Enrico Valentini

Giorgio De Vito con il suo avvocato Enrico Valentini

Roma – (sil.co) – Ha preso a sciabolate il rivale d’amore, ma non voleva uccidere la vittima. Non fu tentato omicidio, quindi, ma soltanto lesioni personali. La corte d’appello dà ragione alla difesa e fa uno “sconto” di cinque anni a Giorgio De Vito. Dai sette anni inflitti dal tribunale di Viterbo in primo grado ai due anni del processo bis che si è chiuso ieri a Roma. Due anni per lesioni personali invece degli originali 7 anni per il tentato omicidio a colpi di scimitarra di Emiliano Liberati. Il procuratore generale, riqualificando il reato, aveva chiesto tre anni e mezzo.

De Vito è il 41enne con problemi psichici che il 3 febbraio 2010 a Civita Castellana assassinò a coltellate Marcella Rizzello davanti alla figlioletta di poco più di un anno. Il 12 maggio, a Fabrica di Roma, aggredì per gelosia Emiliano Liberati, il nuovo compagno della ex polacca Mariola Mitcha. Quel giorno la donna, presente all’aggressione di Liberati, rivelò che era stato De Vito a uccidere Marcella, confessandosi complice mentre era innocente.

Il giorno in cui De Vito prese a sciabolate Liberati erano passati tre mesi dal feroce omicidio della giovane mamma di Civita Castellana, massacrata a coltellate davanti alla figlioletta, per cui De Vito sta scontando 17 anni nel carcere di Velletri. Le sue foto con la cuffia alle orecchie durante il processo davanti alla corte d’assise, a causa dei suoi problemi d’udito, sono passate alla storia. Una delle udienze del processo Liberati bis è saltata proprio perché si erano dimenticati di munirlo di una cuffia.

Il difensore Enrico Valentini, nell’ottobre 2016, aveva chiesto una nuova perizia psichiatrica su De Vito, trovando il sostegno del sostituto procuratore generale Simonetta Matone, nota al pubblico televisivo di “Porta a porta”. I giudici di secondo grado sono andati oltre, disponendo una perizia medico-legale per accertare se le ferite riportate dalla vittima al volto, alla schiena e a una mano fossero compatibili con la presunta volontà di uccidere di De Vito.

Moderatamente soddisfatto l’avvocato Enrico Valentini: “Aspettiamo le motivazioni, poi vedremo se sarà il caso di ricorrere in cassazione. Per quanto mi riguarda, resto dell’idea che il mio assistito avrebbe dovuto essere assolto per infermità mentale. L’esito della perizia va in questa direzione, avendo dimostrato che le lesioni procurate da De Vito a Liberati, come abbiamo sempre sostenuto, non sono state il frutto di un intento omicida”.

Il 41enne, visitato da medici diversi per l’omicidio di Civita Castellana e il tentato omicidio di Fabrica di Roma, è risultato totalmente incapace di intendere e di volere durante il processo per il delitto  Rizzello, parzialmente incapace durante il primo grado del processo Liberati. La corte d’appello di Roma non ha ritenuto di dover procedere a una terza consulenza psichiatrica, ritenendo sufficiente una perizia medico-legale sulle lesioni riportate dalla vittima per ricostruire se De Vito fosse animato o meno da volontà omicidiaria. 

Parti civili la Mitcha e Liberati, assistiti rispettivamente dagli avvocati Roberto Fava e Antonio Maria Carlevaro per Liberati. 


La vicenda

Il processo per tentato omicidio si trascinava dal 2011. Secondo l’accusa, un anno prima Giorgio De Vito aveva teso un vero e proprio agguato alla sua ex Mariola Henrycka Michta, inizialmente implicata con lui nell’omicidio della trentenne di Civita Castellana Marcella Rizzello ma poi assolta per aver dimostrato di avere un alibi il giorno del delitto.

Il 12 maggio 2010, dopo aver rotto con De Vito, Michta torna nella casa in cui avevano convissuto per recuperare le sue cose. Lui sbuca da sotto il letto armato di una scimitarra e si scaglia sul suo accompagnatore Emiliano Liberati. 

Finiscono entrambi in ospedale: Liberati ferito alla mano, alla schiena e al viso; De Vito con il pollice della mano destra quasi staccato. Un’aggressione provvidenziale per gli investigatori che da tre mesi indagavano a tamburo battente per risalire all’assassino di Marcella Rizzello: esaminano 200 campioni di dna senza riscontro, prima di scoprire che quello di De Vito è compatibile con le tracce biologiche ritrovate nella villetta. E allora per il 41enne si aprono le porte del carcere Mammagialla, il lungo processo terminato con la condanna a 17 anni (in primo grado la Corte d’Assise di Viterbo gli inflisse l’ergastolo) e il processo per tentato omicidio che dopo tre rinvii consecutivi e sei anni si è concluso ieri.


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5 ottobre, 2017

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