Acquapendente – Si dice spiata e perseguitata dall’ex, ma l’accusa non regge. Per dimostrare lo stalking, la presunta vittima aveva perfino citato la moglie come teste. Assolto dopo anni, l’imputato dice in aula: “Ci siamo separati”. Alla lettura della sentenza scoppia in lacrime e commenta a caldo: “Ne ha fatto le spese mia figlia di nove anni”.
Si è chiusa con un’assoluzione con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, la vicenda giudiziaria di un imprenditore 47enne di Acquapendente, difeso dall’avvocato Enrico Valentini. Ci sono voluti sette anni per dimostrare la sua innocenza.
Contro di lui una donna con cui aveva avuto una relazione sentimentale prima del matrimonio, nel 2008, parte civile insieme all’associazione antiviolenza Erinna.
“Ci siamo rivisti tre anni dopo, a titolo di amicizia. Mi ha contattato lei, tramite la baby sitter di mia figlia che la conosceva. Inoltre lavoravamo nella stessa via, a poche centinaia di metri, dove lei ha un laboratorio di restauro e io il bar che da 35 anni è della mia famiglia. Una strada a senso unico, dove passo tuttora anche 10-12 volte al giorno. Da lei mi sono fermato due volte, per lasciarle un quadro da restaurare e riprenderlo, dal finestrino”.
Lei lo accusava di passare in continuazione davanti al suo negozio e di riempirla giorno e notte di telefonate mute. Centinaia o forse migliaia, a giudicare dai faldoni dei tabulati, acquisiti agli atti. Ma il numero di cellulare del presunto stalker non compare da nessuna parte.
“La prima volta mi ha telefonato lei a fine 2010 e siamo stati a parlare un’ora e un quarto delle rispettive vite. Abbiamo preso un paio di aperitivi con mia moglie, che non sapeva del nostro passato. Poi a luglio 2011 mi ha fatto avere una lettera dalla baby sitter, che ho letto e chiesto di restituire, in cui mi annunciava che si sarebbe allontanata da me perché ci stava male, ‘altrimenti vengo da tua moglie e le dico che la figlia è vostra, ma tu sei mio’. Mia moglie, che non sapeva niente, l’ha saputo quando l’ha citata come testimone. Un anno e mezzo fa ci siamo separati e sicuramente questa vicenda non ha aiutato”, ha detto l’imputato, lasciandosi interrogare prima della sentenza.
L’accusa ha chiesto che l’imputato venisse condannato a una pena di otto mesi, lo stesso le legali della presunta vittima e del centro antiviolenza Erinna.
“Forse non eravamo allo stesso processo – ha replicato ironicamente il difensore Enrico Valentini, chiedendo la piena assoluzione – abbiamo visto che delle presunte telefonate mute non c’è traccia; che il mio assistito da quella strada passava e passa tuttora decine di volte per lavoro; che visto l’impossibilità di un’amicizia e che lui non voleva che la moglie sapesse, ha deciso di darci un taglio. Si è pure separato e questa vicenda sicuramente ha pesato. Cos’altro c’è da dire?”.
Poi un’ultima stoccata: “Questa difesa, a suo tempo, chiese una perizia psicologica sulla vittima, ritenendo che forse era stata spinta da una errata percezione della realtà. Se la richiesta fosse stata accolta, magari si sarebbe risparmiato il calvario di un processo a un innocente”.
Dopo una breve camera di consiglio, il giudice Elisabetta Massini ha assolto con formula piena in primo grado l’imputato che, di fronte al “perché il fatto non sussiste”, è scoppiato in lacrime e visibilmente commosso ha detto: “Ho una figlia di nove anni che all’epoca era poco più di una neonata e, in un piccolo centro come Acquapendente, ha fatto le spese di questa brutta vicenda. la vera vittima è lei”.
Silvana Cortignani
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