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Tribunale - Processo "Déjà vu" - Deposizione fiume in aula dell'ispettore Mauro Di Paola della polizia stradale, teste chiave dell'accusa

Supercar col trucco, ecco come funzionava il “sistema Marchetti”…

di Silvana Cortignani
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Elio Marchetti

L’imprenditore Elio Marchetti

Guardia di finanza e Polstrada nella concessionaria

Viterbo – Polstrada e finanza nella concessionaria di via Mainella

Guardia di finanza e Polstrada nella concessionaria

Viterbo – Guardia di finanza e polstrada nella concessionaria di via Mainella

Guardia di finanza e Polstrada nella concessionaria

Viterbo -Finanza e stradale nella concessionaria di via Mainella

Viterbo – Operazione Déjà vu, parola all’accusa che spiega come funzionava il “sistema Marchetti”. 

E’ entrato nel vivo con la deposizione fiume dell’ispettore Mauro Di Paola, teste chiave del nucleo di polizia giudiziaria della stradale, il processo  all’imprenditore del settore auto Elio Marchetti, 45 anni, arrestato per la seconda volta in tre anni il 3 maggio 2017.

Di Paola ha spiegato come le indagini, che hanno condotto gli investigatori a Latina, in Puglia e in Germania, siano partite nel 2016 da une vettura venduta dalla concessionaria El.Ca. di via Mainella al Poggino il cui acquirente non riusciva a fare il passaggio di proprietà. E’ così emerso un giro di auto acquistate in Germania col trucco per non pagare l’Iva, ottenendo tramite falsa documentazione lo sblocco della targa tramite l’agenzia delle entrate di Foggia.

Marchetti sarebbe stato il deus ex machina, secondo l’accusa. “Era l’amministratore di fatto di tutta una serie di società, comprese le due società cartiera di Latina. Facevano tutte capo a lui. Dalla concessionaria di via Mainella alla Golden Group che, nonostante fosse in liquidazione dall’arresto del 2014, continuava a vendere e comprare auto. La nuova società El.Ca. era stata creata apposta dopo che l’altra era stata interdetta alle importazioni. Ed era sempre Marchetti a fare gli ordinativi in Germania e a disporre i bonifici”, ha risposto Di Paola alla precisa domanda del giudice Mattei. 

Nel luglio 2014, Elio Marchetti era stato arrestato con la sorella, nell’ambito dell’operazione Red Zoll. A tal proposito, proprio ieri è emerso che dopo l’arresto dell’anno scorso Marchetti ha consegnato agli inquirenti la chiave di un garage dove si trovavano tutte le scritture contabili che erano state nascoste al momento dell’arresto di tre anni prima e che non erano mai state trovate.

Assieme  alla dipendente Carla Corbucci e all’imprenditore pugliese Domenico Sordo, titolare dell’agenzia di pratiche auto di Foggia coinvolta nell’inchiesta, in questo processo è accusato di associazione per delinquere in concorso finalizzata all’evasione fiscale sulle vetture di grossa cilindrata importate dall’estero.

Sulle intercettazioni e sul regime dell’Iva nell’import-export hanno battuto nel controesame i difensori. Ma un altro si preannuncia il terreno di scontro: “C’è da vedere se questi fatti sottendono l’associazione per delinquere oppure solo reati tributari”, spiega l’avvocato Roberto Massatani, difensore di Elio Marchetti col collega Marco Valerio Mazzatosta.

Ricorrendo a riti alternativi, nel frattempo, hanno preso altre strade gli altri tre indagati sono il pluripregiudicato foggiano Giuseppe De Lucia, titolare di una società di autotrasporti in Puglia, e l’altra dipendente di Marchetti coinvolta nell’inchiesta della procura, Emilia Tiveddu, nonché Simone Girolami, uno dei due fratelli di Latina titolari di altrettante presunte società cartiera. 

Corbucci è difesa da Michele Ranucci e Giuliano Migliorati, Sordo dall’avvocato Francesco Paolo Ferragonio del foro di Foggia. Rappresentano l’accusa davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei i pubblici ministeri Stefano D’Arma e Eliana Dolce.

Al centro dell’inchiesta 92 veicoli, tutte supercar, tra le quali Mercedes, una Land Rover e una Jeep da 25mila euro.

Le vetture, comprate da due società cartiera di Latina, intestate a due fratelli che facevano tutt’altro nella vita (movimento terra e la gestione di una lavanderia), venivano in realtà scaricate direttamente a Viterbo, di notte, nel piazzale della concessionaria, intestata alla sorella di Elio Marchetti.

Marchetti aveva conosciuto Simone Girolami sulle piste di motociclismo, sport praticato da entrambi. 

“Tre erano le modalità – ha spiegato Di Paola – la prima, usata per 70 auto su 92, era far comparire che il mezzo all’estero era intestato a un privato e non a una società; la seconda era intestarlo fittiziamente all’acquirente, come se fosse andato lui a prenderlo personalmente, per avere l’Iva al 19% e lo sblocco della targa come previsto per l’acquisto tra privati; la terza, infine, erano le targhe d’esportazione temporanee, applicate al veicolo per portarlo in Italia, ma che non identificano il proprietario del mezzo”. “Il referente della società tedesca da cui comprava, sentito per rogatoria, ha detto di conoscere solo Elio Marchetti, che era lui a occuparsi di tutto”, ha sottolineato l’ispettore.

Gli investigatori hanno seguito passo passo i movimenti degli indagati, raccogliendo prove su prove tramite le intercettazioni. Di Paola fa diversi esempi: “C’è  Sordo che consiglia a Marchetti di intestare a un privato oppure ancora Sordo  che avvisa Marchetti che le auto intestate a un certo tipo l’agenzia delle entrate di Foggia non gliele passa più”. 

Scaltri, anzi scaltrissimi secondo l’accusa, gli indagati, in seguito a una fuga di notizie dopo la richiesta di proroga delle intercettazioni, sono ricorsi a nuove utenze di cellulare.

“L’esigenza era sbloccare i veicoli e avere le targhe. Per gli accordi usavano i nuovi numeri, mentre continuavano a usare le vecchie utenze per fare operazioni regolari. Nel caso di Marchetti, proprio grazie alle celle telefoniche, lo abbiamo seguito fino a Foggia. Dopo la fuga di notizie, inoltre, intercettavamo le derivazioni del centralino della concessionaria”, ha spiegato. 

Alla prossima udienza, fissata per il 5 febbraio, saranno sentiti ulteriori quattro testimoni dell’accusa. Poi si tornerà in aula il 19 febbraio e anche il 5 marzo. Tempi strettissimi, quelli scanditi dal collegio, per arrivare nel più breve tempo possibile a una sentenza di primo grado. 

Silvana Cortignani

 


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16 gennaio, 2019

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