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Viterbo – (sil.co.) – Estorsione aggravata dal metodo mafioso, oggi davanti ai giudici del tribunale del riesame il trentenne albanese David Rebeshi e i tre presunti sodali arrestati il 28 novembre, la cui posizione sarà passata al vaglio della Dda di Roma.
I difensori Roberto Afeltra e Remigio Sicilia sono pronti a chiedere la revoca o un alleggerimento della misura. Dopo l’interrogatorio di garanzia davanti al gip del tribunale di Viterbo, è stata confermata a tutti la custodia cautelare nel carcere di Mammagialla.
Il quartetto è caduto nella trappola tesa dai carabinieri, chiamati in soccorso dalla presunta vittima, un imprenditore, subito dopo uno scambio di denaro a Tuscania.
“Ti bruciamo il locale e ammazziamo la tua famiglia”, avrebbero minacciato il ristoratore per farsi consegnare 5.700 euro per pagare le spese al fratello Ismail Rebeshi, il 36enne titolare di un autosalone e diversi locali da ballo per stranieri al 41 bis a Cuneo, arrestato il 25 gennaio con altri 12 nell’ambito dell’operazione Erostrato (Mafia viterbese).
Un anno fa gli avevano già bruciato la Jaguar
Un anno fa, il 20 dicembre 2018, il ristoratore era già stato vittima di un attentato incendiario, il rogo della sua Jaguar, motivo per cui è tra le 47 parti offese nel processo all’organizzazione criminale italo-albanese capeggiata da Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato che si è aperto sabato scorso a Roma. Ma non si è costituito parte civile, come hanno invece fatto altre 19 vittime, per chiedere la condanna degli indagati e il risarcimento dei danni.
Sotto ricatto per una macchina “tarocca”
La vittima nelle scorse settimane sarebbe stato avvicinato da David Rebeshi, che avrebbe preteso 4mila euro a titolo di risarcimento danni per il fratello, che prima di finire in carcere avrebbe acquistato una vettura “tarocca” da un suo amico. Siccome la vittima ha preso tempo, le pretese dei banditi sarebbero salite a 5.700 euro.
Indagata a piede libero la compagna di David
Anche la compagna di David Rebeshi, Emanuela Hima, madre di una bimba nata a Belcolle a agosto, è indagata, a piede libero, nell’ambito delle varie inchieste in cui sono coinvolti i fratelli Rebeshi. Lei per presunto “favoreggiamento” al cognato Ismail, che dal carcere le avrebbe indicato due operazioni finanziarie, messe a segno la primavera scorsa per eludere le disposizioni in tema di prevenzione patrimoniale dopo il suo arresto per mafia.
Poco più che ventenni i tre albanesi complici
David Rebeshi, come il fratello, è difeso dall’avvocato Roberto Afeltra del foro di Roma. Sono assistiti dal collega Remigio Sicilia del foro di Viterbo i connazionali presunti complici: il 21enne I.F., il 24enne K.A. e il 23enne L.V..
Dallo spaccio di droga all’estorsione
David Rebeshi, il 3 febbraio 2017, fu trovato in possesso di 38 chili di droga. Motivo per cui il fratello Ismail, la notte tra il 18 e il 19 aprile di due anni fa, e la notte tra l’11 e 12 giugno 2017, avrebbe fatto incendiare le auto Audi e Passat di due carabinieri coinvolti nel caso. Uno è parte civile al processo che si è aperto l’altro ieri a Roma. Scontata la pena, lo scorso maggio i carabinieri gli hanno sequestrato 22mila euro. Il 14 agosto, nonostante sia colpito da ben tre decreti di espulsione, il primo nel 2013, David Rebeshi era ancora a Viterbo. Lo hanno arrestato a Belcolle, dove era andato a trovare la moglie che aveva appena dato alla luce la loro primogenita. Rimesso in libertà, è stato nuovamente arrestato pochi giorni fa. Stavolta per estorsione aggravata dal metodo mafioso.
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