Ronciglione – (sil.co.) – Spaccio a minori, i giovanissimi assuntori avrebbero comprato hashish e marijuana anche presso il negozio di frutta e verdura gestito da due fratelli egiziani. Mimmo e Amin, a Ronciglione. Ma a distanza di cinque anni non ricordano chi fossero i pusher. Testimonieranno i carabinieri che hanno condotto le indagini.
“Ricordo che con Mimmo abbiamo fumato insieme e di avere fatto acquisti qualche volta da lui, ma non conosco il fratello”, ha detto un ragazzo oggi 28enne, citato come teste dalla pm Paola Conti nell’ambito del processo ai quattro degli oltre venti arrestati nella maxiretata del 2 novembre 2015 dell’operazione Tsunami che hanno scelto il rito ordinario. A processo col rito ordinario non c’è però Mimmo, bensì il fratello Amin.
Gli altri imputati sono invece tre italiani, M.G., A.F. e S.S. , quest’ultimo fratello a sua volta di uno degli arrestati che hanno patteggiato.
L’operazione risale a cinque anni fa e il processo è tuttora in corso davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei che martedì ha sentito, oltre al 28enne, anche due giovani oggi poco più che ventenni, uno aveva 16 anni all’epoca dei fatti, i quali hanno sottolineato di avere fatto uso saltuario di sostanze stupefacenti da adolescenti, non ricordando però chi fossero i pusher, pur confermando di avere detto il vero quando a suo tempo furono sentiti a sommarie informazioni dagli inquirenti.
Al termine dell’udienza, la pm Paola Conti, visto l’andazzo, ha rinunciato a sentire altri giovanissimi inseriti nella lista dei testimoni, preannunciando che all’udienza del prossimo 11 maggio citerà invece alcuni dei carabinieri che si sono occupati delle indagini.
L’inchiesta ha portato alla luce una florida attività di spaccio localizzata prevalentemente nella bassa Tuscia, tra Ronciglione, Caprarola, Sutri, Nepi e Bracciano. La droga proveniva dalla capitale: hashish, marijuana, ma anche cocaina secondo l’accusa.
Tra gli episodi più gravi, il presunto spaccio fuori dall’istituto alberghiero di Caprarola o dal pronto soccorso di Ronciglione.
L’architrave dell’accusa è una lunga serie di intercettazioni. Per andare a prendere lo stupefacente, gli indagati parlavano di “passeggiate”, “pranzi” e “caffè” sempre “alla solita ora”. Ma anche di “anticaduta per capelli”, per indicare le dosi.
Maxiretata antidroga, un pieno di condanne
La procura ha fatto il primo pieno di condanne, 13 in un sol giorno, a novembre 2016, ad appena un anno di distanza dal fermo di una presunta banda composta prevalentemente da baby spacciatori che operavano tra Ronciglione, Caprarola, Capranica, Nepi, Sutri e Roma.
Secondo l’accusa, avrebbero spacciato hashish, marijuana e in qualche caso cocaina anche a studenti minorenni all’uscita dalle scuole. Ma le dosi venivano recapitate perfino a domicilio, attraverso un sistema di pony-express, dietro prenotazione telefonica.
Per 17 degli arrestati, data l’evidenza delle prove, la pm Paola Conti ha ottenuto il giudizio immediato: 4 sono ancora a processo davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, mentre gli altri 13 sono ricorsi a riti alternativi, usufruendo dello sconto di un terzo della pena. In 11 hanno patteggiato davanti al gup Savina Poli condanne da un minimo di 8 mesi a un massimo di un anno e 8 mesi, in 2 sono stati invece condannati col rito abbreviato rispettivamente a 6 mesi e a 8 mesi.
Nove imputati hanno potuto usufruire della sospensione condizionale della pena, mentre il giudice ha accolto la richiesta dei difensori di misure alternative al carcere per i quattro imputati che, a causa dei precedenti, non ne avevano diritto. Si tratta di un 35enne, condannato a lavorare gratis per la protezione civile di Monterosi per un anno e 4 mesi; un 34enne, chiamato a scontare 6 mesi presso un ente pubblico accreditato; due ventenni, condannati a prestare attività lavorativa non retribuita per 4 e 9 mesi presso il Comune di Ronciglione.
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