Canepina – Usura, si è chiuso con 14 prescrizioni e un’assoluzione il processo alla “banda dei canepinesi”.
Undici anni sulla graticola, dodici col millesimo. Ma alla fine è stato assolto, rinunciando alla prescrizione pur di sentirsi dire che invece era innocente, rischiando una condanna a tre anni di reclusione. Tanto ha chiesto la pm Paola Conti, convinta invece della colpevolezza di Venturino Paparozzi, titolare di un’agenzia di pompe funebri nella sua Canepina.
“Una volta che mi minacciava, mi ha azzannato a sangue un orecchio, strappandomi un lobo”, ha detto di lui la presunta vittima.
Paparozzi era uno dei 15 imputati nel maxi processo per usura scattato in seguito alla denuncia di una sola presunta vittima, un piccolo imprenditore edile oggi sessantenne, originario anche lui del piccolo centro dei Cimini, colpito dalla crisi del primo decennio del Duemila, che si è costituito parte civile contro i presunti aguzzini, la famosa “banda dei canepinesi”, come è stata ribattezzata dalle cronache dopo i clamorosi arresti eseguiti dalla guardia di finanza il 30 novembre 2010.
Il difensore Giovanni Labate
“Mi ha azzannato un orecchio strappandomi un lobo”
Ha chiesto l’assoluzione nel merito di Paparozzi il difensore Giovanni Labate, dopo che lo scorso 14 dicembre il suo assistito rinunciato alla prescrizione, formalizzata ieri dall’accusa che ha riqualificato il reato facendo cadere l’aggravante dell’approfittamento dello stato di bisogno. Il legale, durante circa tre quarti d’ora di discussione, ha messo in dubbio fino all’ultimo l’attendibilità dell’unica parte offesa, sostenendo che sarebbe emersa se fossero stati fatti fin dal principio i dovuti approfondimenti.
Cattivo, cattivissimo Paparozzi, secondo la vittima che durante un sofferto interrogatorio, il 10 settembre 2019, disse dell’imputato: “Una volta che mi minacciava, mi ha azzannato a sangue un orecchio, strappandomi un lobo”.
Era circa l’una di ieri quando il collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco, dopo una camera di consiglio lampo, ha assolto con la formula più ampia Paparozzi, corso ad abbracciare commosso il difensore. In aula, come per altre udienze, si è presentato con la figlia. Estinto per prescrizione il reato di usura, anche altri imputati sono stati assolti dalla terna giudicante, nell’ambito di un dispositivo lungo e articolato. Le motivazioni della sentenza arriveranno fra qualche settimana.
Lo sfogo di Venturino Paparozzi: “In ostaggio 11 anni per niente”
“Ci hanno tenuto per undici anni in ostaggio per niente, ci hanno chiamati la banda degli usurai, il terrore dei Monti Cimini e via discorrendo, quando il tribunale del riesame già lo aveva detto che non c’era niente per poter mandare avanti una causa del genere”, aveva detto in una lungo sfogo a Tusciaweb alla vigilia di Natale, spiegando la rinuncia alla prescrizione.
“Per questo voglio arrivare fino in fondo. E’ stata una tragedia che ha segnato per sempre la mia vita e quella dei miei familiari. Voglio l’assoluzione, perché colui che accusandoci ci ha fatto questo, io nemmeno lo conosco. Mi devono dire perché mi hanno accusato e perché mi hanno messo in galera”, ha ribadito, ricordando i 15 giorni di carcere a Mammagialla e i 3 giorni di arresti domiciliari che, dal suo punto di vista, gli hanno rovinato la vita e distrutto il matrimonio.
Guardia di finanza
Tutti prosciolti gli arrestati del 30 novembre 2010
Dei 13 che furono arrestati nel blitz della finanza del 30 novembre 2010 – rimessi in libertà dal riesame il 18 dicembre 2010 – nove sono finiti in carcere e quattro ai domiciliari, tutti con l’accusa di usura aggravata in concorso.
In carcere sono finiti: Alberto Corso di Canepina, Augusto Corso di Canepina, Augusto Meloni di Canepina, Americo, Zappi di Canepina, Venturino Paparozzi di Canepina, Ferrero Ferri di Canepina, Orazio Benedetti di Canepina, Domenico Graniero di Civita Castellana, Salvatore Ricco di Terni.
Agli arresti domiciliari: Zaira Chiricozzi di Canepina, Sabina Graniero di Vignanello, Raffaele Graniero di Vignanello, Giuseppe Mastronicola di Viterbo.
In attesa di appello due marmisti condannati a due anni
Dalle indagini, che sono scattate in seguito ai propositi suicidi annunciati alla guardia di finanza con una lettera dalla presunta vittima, sono scaturiti due filoni d’inchiesta e due processi, il primo dei quali sfociato il 19 febbraio 2019 in due condanne in primo grado, non ancora definitive.
Imputati un ex marmista di Soriano nel Cimino e il suo ragioniere, difesi dagli avvocati Fabrizio Ballarini e Stefania Sensini, i quali pure si sono sempre professati innocenti, condannati a due anni di reclusione ciascuno e al risarcimento in sede civile del sessantenne, parte civile con l’avvocato Antonio Rizzello. Sono invece state assolte le mogli, finite anche loro nel calderone delle accuse.
Il pm Stefano D’arma aveva chiesto 4 anni ciascuno per i due uomini. Le difese, che hanno presentato appello, dissero della parte civile, durante la discussione, “un personaggio folcloristico”. E ancora: “Quando mai si è visto un aspirante suicida scrivere alla finanza per annunciare il gesto?”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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