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Tribunale - Martedì la compagna ha confermato tutte le accuse, messa sotto torchio dalla difesa

Coppia usurata, il ristoratore ribadisce il suo calvario: “Hanno minacciato di far finire sulla sedia a rotelle mia figlia”

di Silvana Cortignani
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Giovanni Labate

Giovanni Labate

Viterbo – Coppia usurata, il ristoratore ribadisce il suo calvario: “Hanno minacciato di far finire sulla sedia a rotelle mia figlia”. A distanza di quasi quattro anni dalla crisi post lockdown che gli sconvolse la vita, non vede l’ora di raccontare il suo calvario davanti ai giudici del collegio.

È il ristoratore viterbese vittima di usura con la compagna nel periodo del lockdown, la cui denuncia ha portato all’arresto  da parte di una coppia di imprenditori viterbesi e di altre tre persone, una delle quali uscita dal processo patteggiando una condanna definitiva a un anno e otto mesi.

Peccato che dovrà aspettare quasi un anno, fino a dicembre, quando è stata fissata la prossima udienza, che da sola non basterà probabilmente a completare l’esame della parte offesa da parte del pubblico ministero, dei legali di parte civile e dei difensori dei quattro imputati. Per la compagna ce ne sono volute due: la prima il 15 novembre 2022 e la seconda l’altro ieri, il 27 febbraio 2024.

Martedì, come è noto, si è concluso dopo oltre un anno, l’esame della compagna, parte civile con l’avvocato Enrico Valentini mentre il ristoratore è assistito dal legale Giovanni Labate. La donna, a fronte di una difesa molto “aggressiva”, ha ribadito punto per punto tutte le accuse. 

La difesa dal canto suo ha tirato fuori, tra l’altro, il problema del vizio del gioco di cui avrebbe sofferto il ristoratore. “I fatti per cui siamo a processo sono del 2020, la presunta ludopatia è precedente, risale a un’epoca passata, non ha nulla a che vedere con quanto è successo quattro anni fa. Lo dirà il mio assistito, e dirà anche quante minacce gravi, quante vessazioni, quante persecuzioni ha dovuto invece subire dagli imputati”, dice l’avvocato Giovanni Labate, preannunciando scintille.

“Per lui e la sua compagna è stato un calvario, un inferno da cui non sapevano se sarebbero letteralmente usciti vivi, sono davvero vissuti per mesi nel terrore. Hanno temuto per sé e i propri cari. Sfido chiunque a immaginare cosa si provi quando ti minacciano di fare del male a tuo padre oppure di violentare e far finire sulla sedia a rotelle tua figlia”, dice ancora il legale.

“Oltre alle parole ci sono le prove. Prove tali da condurre a suo tempo cinque persone ai domiciliari e al giudizio immediato. Ci sono una miriade di riscontri, ci sono le intercettazioni, c’è una copiosa documentazione. E il desiderio, da parte del mio assistito, di rendere un esame che sta aspettando da anni, perché venga fatta giustizia”, la conclusione del legale.

La compagna avrebbe scoperto tutto solo a settembre 2020, quando si sarebbe impegnata a versare alla coppia 500 euro al giorno per rifondere 170mila euro per un totale di 25mila euro. “Fino a quando l’albanese con un altro non sono venuti al ristorante e hanno dato un cazzotto al mio compagno, dopo di che ho smesso di pagare. L’uomo di Castel Giorgio venne a dirci che facevano sul serio, che stavano cercando gente per farcela pagare e che sarebbe stato meglio proporre alla coppia la dazione di 75mila euro per chiudere i conti. Poi il 5 dicembre 2020 ci fece il gesto della sedia a rotelle. Avevamo paura, siamo rimasti chiusi a casa per una settimana. La situazione era seria”, ha detto. 

Nuovamente sentita su alcuni punti anche dal pm Michele Adragna, titolare del fascicolo, la compagna del ristoratore ha confermato le minacce: “Di fare violentare me e sua figlia, di stare attenti a mio padre e a suo padre, di badare ché gli albanesi sono pericolosi”. Ha quindi raccontato del foglietto recapitato dall’imputato di Castel Giorgio al compagno: “C’era scritto che la coppia aveva contattato delle persone per gambizzare la figlia del mio compagno e che avevano già preso i soldi”.  le indagini sono state condotte dai carabinieri.

L’avvocato Roberto Massatani difende col figlio Francesco il 51enne di Castel Giorgio, C.C., che avrebbe fatto da mediatore-portavoce tra le vittime e la coppia di imprenditori viterbesi M.B. e M.B., di 46 e 45 anni, entrambi difesi dall’avvocato Massimo Finotto del foro di Terni. Ha patteggiato il fratello dell’uomo, mentre l’altro imputato è un albanese 31enne residente a Terni, A.L., difeso dall’avvocato Fabio Menichetti del foro di Roma. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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29 febbraio, 2024

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