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Inchiesta della procura sui fratelli Calevi - Fernando Monfeli presidente di Asta (Associazione spontanea per la tutela degli agricoltori) si lancia in una difesa degli indagati e degli agricoltori in generale giustificando le condizioni in cui lavoravano i braccianti

“Se si è in difficoltà economica, chiedere sacrifici anche ai collaboratori non è sfruttamento ma sopravvivenza…”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Accuse ai fratelli Calevi, riceviamo e pubblichiamo la lettera di Fernando Monfeli presidente di Asta (Associazione spontanea per la tutela degli agricoltori) – Premesso che non ho né amicizia né nient’altra forma di legame personale che mi possa spingere a parteggiare per i fratelli Calevi, se non la solidarietà verso un collega e la profonda consapevolezza della difficile situazione in cui versa il settore agricolo; situazione di gravità ormai cronica e forse drammaticamente irreversibile.

L'azienda ortofrutticola e nei riquadri Stefano e Alberto Calevi

L’azienda ortofrutticola e nei riquadri Stefano e Alberto Calevi


Leggendo sui giornali e sui social le note e i commenti di condanna nei confronti di persone che si sono spezzate la schiena per una vita intera per dare dignità al lavoro e prestigio ad un Territorio, vedendo queste persone additate esclusivamente come sfruttatori di umili lavoratori, lasciando credere a chi viene a conoscenza dei recenti fatti riportati nella cronaca che questi fossero dei Paperoni che sguazzano nelle montagne d’oro ottenute sfruttando la manodopera degli umili, sento forte il dovere di fare chiarezza su alcuni aspetti che portano l’intera categoria degli agricoltori ad essere umiliata.

Se si facesse cronaca con la necessaria onestà intellettuale, se si comprendessero le reali condizioni del lavoro agricolo, se si smettesse di fare distinzione tra sfruttati e sfruttatori, dato che sia il proprietario dell’azienda che il salariato sono degli sfruttati e che quasi sempre lavorano fianco a fianco nessuno potrebbe accusare in questo modo queste persone, allo stesso modo sarebbe impensabile far passare come delinquenti comuni tutti i componenti dell’intera categoria. Affermare che oltre l’80% delle aziende agricole viterbesi sfrutta la manodopera è falso ed è funzionale a creare quel sensazionalismo utile ai giornali a far vendere qualche copia in più. Chiunque sia intellettualmente onesto da voler e poter apprezzare la verità, sa che queste sprezzanti accuse sono dettate dall’ignoranza rispetto alla complessità e alla numerosità dei problemi che affliggono il settore primario e pilotate da quella malafede qualunquista che porta a far passare il facile messaggio che: “tanto gli italiani sono tutti uguali, popolo di imbroglioni e mafiosi”.

La verità è questa ed è più drammatica di quella riportata nella cronaca: non sono l’80% delle aziende agricole viterbesi a sfruttare i lavoratori ma sono il 100% delle aziende agricole ad essere sfruttate! Questa triste condizione la stiamo denunciando da anni, l’abbiamo portata in piazza con i trattori, l’abbiamo manifestata in ogni sede mediatica e istituzionale ma ancora c’è chi non riesce a comprendere.

Fernando Monfeli

Fernando Monfeli


Sono anni o addirittura decenni che ci lamentiamo della instabilità reddituale delle nostre aziende agricole: l’agricoltore se compra ci trova chi stabilisce il prezzo, se vende, altrettanto.

Centinaia e centinaia di aziende agricole sono state portate alla rovina da speculatori che hanno condizionato il prezzo dei vari prodotti agricoli, con la complicità dei vari governi che negli anni si sono succeduti, che alle nostre spalle hanno concluso accordi e scambi commerciali, penalizzando l’agricoltura del Made in Italy e facendo passare sotto questo marchio prodotti che non hanno nulla a che fare con il Made in Italy, eppure a tutti piace leggere sulle etichette “made in Italy” e comprare prodotti italiani!

I grandi gruppi commerciali, con lo stesso stile, dettano legge agli imprenditori loro fornitori e poco gliene importa del bilancio aziendale dell’agricoltore: “se questo prodotto non me lo puoi fornire a questo prezzo non ci sono problemi, ci sono altri che me lo forniscono”.

Per non arrivare a questa situazione drammatica sarebbe stato opportuno fare delle regole a protezione delle aziende agricole, per tutelarle dalle facili speculazioni dei mercati e dalla concorrenza sleale. Queste regole semplici, dettate dal buon senso, sono anni che le richiediamo ma non riusciamo ad ottenerle dato che per il mercato e per l’industria esse sarebbero un serio ostacolo per fare profitti. Con regole eque e facilmente applicabili allora usciremo da quello che è il vero problema: lo sfruttamento del lavoro di tutto il settore primario.

Non è accettabile che l’agricoltura italiana, che è sottoposta a numerosissime e stringenti regole, possa essere messa in concorrenza alla pari con paesi extra europei. Sfido chiunque a poter stare in regola con tutte le regole che abbiamo e lo sfido pure ad essere concorrenziale con chi di regole non ne hanno neppure una. Noi agricoltori oggi camminiamo su un campo minato dove è facilissimo calpestare un ordigno e dove le mine le hanno disseminate i governi che hanno sommato leggi vessatorie ad altre leggi inique, i mercati che ormai sono spietatamente globalizzati e i mercanti che se ne fregano sia di noi agricoltori, che delle regole imposte dalla Repubblica Italiana che dei consumatori, i quali troppo spesso credono di portare in tavola prodotti sani e invece si trovano a mangiare le peggiori porcherie prodotte, per di più, in luoghi dove realmente sono sfruttati i lavoratori.

Concludo con una ovvietà, ma ritengo necessario farlo perché a molti è sfuggito il senso della realtà: un imprenditore agricolo da tempo non gode più di salute economica ed è costretto a fare sacrifici ed è chiamato a richiedere sacrifici anche a chi collabora con lui, questo non è sfruttamento è sopravvivenza, concetto che forse risulta incompressibile a chi fortunatamente riceve un salario a fine mese nonostante compia limitati sacrifici.

Fernando Monfeli
Presidente Asta


Va detto che sulla vicenda, per la quale i fratelli Stefano e Alberto Calevi sono accusati di sfruttamento del lavoro, ha indagato la procura di Viterbo. Peraltro con una complessa e lunga inchiesta. Quindi i giornali non hanno fatto alcun sensazionalismo. Ma pura cronaca. Le considerazioni di Monfeli lasciano, quindi, il tempo che trovano da questo punto di vista.

Sarebbe poi opportuno che ognuno facesse il lavoro che sa fare, se ne è capace. E si eviti di dare insegnamenti tecnici e deontologici su professioni di cui poco o niente si sa.

Non si può infine non sottolineare che i “difensori d’ufficio” improvvisati fanno più danni che altro di solito. Ma noi siamo abituati a dare voce a tutti e chiaramente ognuno si prende le proprie responsabilità.

Per quanto ci riguarda, continueremo a fare cronaca. Non abbiamo bisogno di “vendere qualche copia in più”. E il sensazionalismo ci è del tutto estraneo.

C.G. 


– Braccianti stipati sui rimorchi in ceste per gli ortaggi e sfruttati nei campi


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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15 dicembre, 2024

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