Canino – “Ci hanno minacciati con una pistola vera non con una scacciacani”. Si parla della rapina a mano armata alla cooperativa agricola Doganella di Canino del 6 novembre 2020. Le vittime sarebbero state costrette a sdraiarsi per terra con un revolver vero puntato in faccia e non con una pistola scacciacani.
A parlare di “ferro” due supertestimoni, ovvero i dipendenti vittime dell'”agguato al buio” del tardo pomeriggio del 6 novembre 2020 da parte di una coppia di banditi incappucciati, che per la procura sarebbero due pregiudicati, un viterbese salito agli onori delle cronache come rapinatore seriale di farmacie e un siciliano specialista in colpi in banca.
È ripreso così ieri, con la testimonianza di due dipendenti e di un maresciallo del Ris di Roma, il processo davanti al collegio presieduto dal giudice Daniela Rispoli ai due banditi identificati nel 2022, a distanza di due anni, grazie alle tracce di Dna repertate dai carabinieri sul posto subito dopo il colpo messo a segno all’orario di chiusura.
Carabinieri del Ris, reparto investigazioni scientifiche – foto di repertorio
Erano circa le 18 del 6 novembre 2020 quando i due dipendenti, un 47enne e una 64enne, sono stati vittime di un agguato teso loro dai rapinatori all’esterno della cooperativa. Erano appena saliti sulle rispettive automobili quando sono stati obbligati a scendere con una pistola puntata sulla faccia dal finestrino, da due individui vestiti di scuro, incappucciati e coi volti travisati da mascherine anti Covid, cappelli, scaldacollo e occhiali.
“Il revolver era di metallo e sembrava un’arma vera”, hanno riferito entrambi i testimoni. “Quando il bandito lo ha infilato nella fessura del finestrino di guida puntandomelo alla testa, ho sentito rumore di ferro contro il vetro”, ha detto l’uomo, che sulle prime si è ribellato all’ordine di sdraiarsi per terra. “Non voltarti altrimenti ti sparo, ti faccio fuori”, gli avrebbe detto il siciliano da dietro per scoraggiarne un’eventuale reazione. “Quando, dopo averci fatti rientrare, hanno puntato l’arma contro il magazziniere, scarrellando prima la pistola per armarla, e il rumore è stato metallico”, ha riferito la donna, che invece ha ubbidito, terrorizzata, all’ordine di sdraiarsi per terra.
“Uno, la cui voce era familiare, parlava con accento locale. L’altro, più tarchiato, con accento meridionale”, hanno detto i testimoni. A processo per rapina aggravata sono finiti un pregiudicato viterbese di 45 anni, Angelo Nicola Serra, il rapinatore seriale di farmacie, considerato la talpa, difeso dall’avvocato Luigi Mancini. Il secondo imputato, collegato ieri in videoconferenza dal carcere di Caltanissetta, è invece un pregiudicato siciliano di 49anni, Davide Ginevra, specializzato in colpi in banca, difeso dall’avvocato Antonino Ficarra del foro di Gela.
Rapinatori seriali di farmacie – Ripreso dalle telecamere il viterbese Angelo Nicola Serra accusato del colpo di Canino
“Andando via ci hanno minacciati, dicendo di non chiamare nessuno perché sapevano chi eravamo e sarebbero venuti a cercarci”, hanno raccontato le parti offese. Una volta bloccati i due dipendenti all’esterno e avere sottratto all’uomo 150 euro dal portafoglio e il cellulare dalla borsa della donna, li hanno costretti a entrare nel magazzino, dove c’era un operaio, minacciato anche lui con la pistola per farsi consegnare i 1650 euro della cassa, obbligando poi tutti e tre a sdraiarsi sul pavimento, legando loro le mani dietro la schiena con delle fascette di plastica, per ritardare l’allarme mentre si davano alla fuga, lasciandosi dietro un’infinità di tracce.
Tracce di cui ha parlato con dovizia di particolari il maresciallo del Ris di Roma originario di Terni che ha analizzato i sei reperti. da cui sono emersi i profili degli imputati: uno scaldacollo blu, un cappellino nero, due guanti di lattice e un fazzoletto di carta riconducibili a Serra e un mozzicone di sigaretta riconducibile a Ginevra.
Ginevra, in particolare, il cui profilo era già presente nella banca dati, è stato incastrato dal mozzicone di sigaretta trovato sulla scena del crimine grazie a un colpo in banca commesso nel 2016. “C’era stata una rapina in una banca di Tortona, in provincia di Parma, dove uno dei banditi aveva perso sangue. Due anni dopo, nel 2018, grazie al confronto con il Dna trovato su uno spazzolino da denti, è emerso che il sangue era di Ginevra. Per questo il suo profilo era nella banca dati”, ha spiegato il militare.
Un bottino modesto, meno di duemila euro in contanti, ma la coppia di rapinatori, secondo quanto riferito in tribunale dai dipendenti, presumibilmente si aspettava di più: “Volevano sapere dove fosse la cassaforte, ma non c’era nessuna cassaforte”.
Il processo riprenderà in estate, con l’ascolto del magazziniere e l’esame di entrambi gli imputati, pronti a fornire la loro versione dei fatti.
Le difese, nel corso del controesame, hanno fatto emergere come i testimoni non abbiano visto i banditi in faccia, sollevando dubbi anche sul riconoscimento dell’accento siciliano di Ginevra, che all’inizio avrebbero indicato come campano.
Prima della discussione saranno sentiti anche cinque testimoni della difesa.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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