Maxioperazione contro la mafia turca – La polizia in azione a Bagnaia – Nel riquadro Giorgio Meschini e Baris Boyun
Viterbo – Mafia turca, processo lampo per 18 imputati tra cui il viterbese arrestato con il boss Baris Boyun. Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di detenzione e porto abusivo di armi anche clandestine e traffico internazionale di armi, favoreggiamento immigrazione clandestina, omicidi, stragi, traffico di sostanza stupefacente, riciclaggio, falsificazione di documenti di identificazione, ricettazione ed autoriciclaggio.
Martedì 12 novembre il sostituto procuratore Bruna Albertini della direzione antimafia di Milano ha formalizzato al gip Roberto Crepaldi la richiesta di giudizio immediato per i 18 arrestati nel blitz interforze scattato all’alba del 22 maggio, quando è finito in carcere il super sorvegliato turco d’origine curda Baris Bouyn, 40 anni, ai domiciliari dal 21 marzo a Bagnaia, dove era guardato a vista da polizia, carabinieri e guardia di finanza in un’abitazione di via Cardinal G. Francesco de Gambara.
In manette finirono anche le sue due donne, un viterbese e sei turchi arrestati tra Vetralla, Montefiascone, Tuscania e Nepi. In carcere, come è noto, è finito anche un viterbese, Giorgio Meschini, 31 anni, residente sulla Cassia Sud. All’interno dell’organizzazione avrebbe avuto il ruolo di autista.
Mafia turca – Il boss Baris Boyun e la moglie Ece, tornata nel frattempo in Turchia, dove è stata arrestata lo scorso 14 ottobre
Il viterbese avrebbe in pratica fornito supporto logistico, trasportando gli associati ed assistendoli negli spostamenti “necessari” e funzionali alle esigenze sull’intero territorio nazionale. Avrebbe, ad esempio, accompagnato la moglie di Boyun dall’aeroporto di Crotone presso l’abitazione del Boyun agli arresti domiciliari nonché assistito Cancin Friki Faith, Gultepe Tolga, Akarsu Kerem, Demir Bayram e Aytekin Cemil, mettendo “ a disposizione” l’autovettura a lui in uso ed intestata alla madre per il trasporto di armi e denaro illecito.
Ci sono poi i “turchi viterbesi”: Ahmet Durmus, 37 anni, e Firat Cogalan, 29 anni, residenti a Vetralla; Bayram Demir, 32 anni, residente a Nepi; Caglar Senci, 28 anni, residente a Tuscania; Friki Faith Cancin, 42 anni, e Kerem Akarsu, 24 anni, dimoranti a Montefiascone. A Vetralla, inoltre, sarebbero state acquistate in concessionaria autovetture pagate con denaro di provenienza illecita.
Meschini e il 28enne di Tuscania Senci, in concorso tra loro e con Boyun Baris, lo scorso 25 marzo, avrebbero portato illegalmente armi occultate sotto i sedili di una vettura Honda Crv con targa svizzera, che descrivevano “…tantissimi, lunghi, guarda, Ag, Mg, ho preso anche proiettili perforanti, altro che blindati ormai, sarà tutto storia…”.
Mafia turca – A Viterbo la cattura del boss Baris Boyun
Sempre Meschini, assieme ad altri indagati, tra gennaio e marzo avrebbero sostituito e trasferito attraverso il circuito Awala-Token al fine di occultarne la provenienza illecita una somma in contanti di 30mila euro, consegnati in contanti in tre tranches a mani di un avvocato di Milano e di uno di Bologna, indagati a piede libero. L’11 marzo, ad esempio, Meschini e due associati, sempre attraverso il circuito Token, su indicazione di Boyun, avrebbero ritirato ulteriori 11mila euro di provenienza illecita, di cui 10mila portati da uno dei due legali.
Gli indagati sono accusati, a vario titolo, di detenzione e porto abusivo di armi anche clandestine e traffico internazionale di armi, favoreggiamento immi-grazione clandestina, omicidi, stragi, traffico di sostanza stupefacente, riciclaggio, falsificazione di documenti di identificazione, ricettazione e autoriciclaggio.
“In particolare – si legge nell’ordinanza del gip – costituivano promuovevano e organizzavano sul territorio italiano un’associazione criminale collegata ad altre straniere sparse sul territorio europeo a mo’ di cellule stabilmente radicate parte in Italia (tra Milano, Alba, Asti, Crotone, Vetralla) parte in Germania, Olanda, Francia, Svizzera, Belgio, Croazia, Slovenia, Kosovo, Bulgaria tutte collegate tra loro in grado di supportarsi logisticamente soprattutto garantendo armi uomini e mezzi di ogni tipo”.
Istanbul – Il 14 ottobre il blitz in cui è stata arrestata Ece, la moglie del boss Baris Boyun (nel riquadro)
Si parla di armi di vario genere e calibro sia comuni sia da guerra e autovetture anche blindate e ricettate da reato tutte dotate di imboschi per occultare le armi. “Boyun dice che il caricatore è dietro il portaoggetti della macchina, quindi dice di smontare il portaoggetti e di recuperare il caricatore”, si sente in una intercettazione.
Boyun Baris “il fratello maggiore”, sarebbe stato il capo indiscusso, il boss che coordinava l’intera attività criminale del gruppo italiano e dei gruppi criminali (cellule) sparsi sul territorio europeo assistito costantemente ed alternativamente dalla moglie 31enne Boyun Ece e dalla compagna 37enne Buyukkaplan Ozge con le quali avrebbe condiviso “il suo credo politico”nonché da Ahmet Durmus, il 37enne di Nepi, altra persona a lui particolarmente devota. Le donne avrebbero fatto propaganda tra gli associati delle sue esortazioni alla violenza ed alla guerra armata.
In Italia le basi logistiche dell’organizzazione, recuperando b&b e hotel dove soggiornare e adoperandosi per trovare i luoghi dove Boyun detenuto agli arresti domiciliari ha dimorato, assicuarandogli il massimo dell’assistenza, aprendo conti correnti e procurando il denaro fatto venire dall’estero tramite circuito Western Union necessario per “garantire” la permanenza sul territorio italiano.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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