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Tribunale - Operazione Drum - Fuori dal maxiprocesso Oliviero Cherubini, che ha patteggiato davanti al gup 4 mesi in continuazione

Droga stoccata nei forni e all’agriturismo, 23 rinvii a giudizio per spaccio

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Viterbo - Il tribunale

Viterbo – Il tribunale

Viterbo – Tutti a processo tranne uno, Oliviero Cherubini, uscito di scena patteggiando in continuazione una pena di quattro mesi.

Si è chiusa così, per l’imputato più noto, un imprenditore agricolo di Tuscania,  difeso dall’avvocato Marco Russo, l’udienza preliminare che ha fatto seguito alla maxioperazione antidroga denominata “Drum” del 2013.

Ventiquattro in tutto gli indagati comparsi lunedì scorso davanti al gup Rita Cialoni, che ha disposto il rinvio a giudizio di 23 imputati, chiamati a comparire davanti al tribunale in composizione collegiale il prossimo 9 ottobre.

Il blitz è scattato all’alba del 25 giugno di cinque anni fa, con la notifica di ben 61 ordinanze di custodia cautelare, 23 nel Viterbese. 

Lo stupefacente sarebbe stato ordinato nella capitale grazie a contatti diretti con esponenti dei clan di San Basilio, del mercato dell’Olgiata e del litorale, quindi portato nel Viterbese da corrieri – tra cui disoccupati e pensionati incensurati – per poi essere piazzato sul territorio tramite un nutrito numero di pusher. 

Nel corso dell’operazione furono sequestrati oltre due chili di droga.

Si calcolò un giro d’affari da oltre un milione, tra la Tuscia e la capitale. In provincia, oltre al capoluogo, furono interessati anche Tuscania, Marta, Montefiascone, Arlena di Castro e Capodimonte. A  Roma i quartieri San Basilio, Cassia, Olgiata, Monte Mario, Trionfale e Acilia. Sul litorale a Ostia e a Civitavecchia. 

Al centro dell’indagine l’agriturismo “Il Castellaccio” e alcuni forni tra Marta e Tuscania. L’intera famiglia dei gestori fu raggiunta dall’ordinanza di custodia cautelare: padre, madre, il figlio e due figlie. 

Agriturismo e forni sarebbero stati utilizzati come punti di stoccaggio dello stupefacente. Nelle intercettazioni, la droga veniva chiamata in modi fantasiosi e pittoreschi: “Sono arrivate le pecore”, “Mi serve altra farina”.

Tra gli arrestati fece scalpore un carabiniere di Tuscania, accusato di falso ed estorsione. Quest’ultima perché avrebbe chiesto denaro in cambio di informazioni riservate sulle indagini e sui controlli antidroga dell’arma. Il militare fu rimesso in libertà  dallo stesso gip dopo 17 giorni di carcere, senza dover passare dal Riesame. Per la difesa, sarebbe stato inguaiato dal fratello tossicodipendente, che approfittava della posizione del congiunto per vantarsi al telefono con i suoi fornitori della possibilità di avere informazioni riservate, alle quali però il carabiniere non avrebbe mai potuto avere accesso. 

Furono giorni cruciali per la sessantina di indagati, dopo l’annullamento da parte dei giudici capitolini dell’ordinanza di misura di custodia cautelare delle sorelle dell’agriturismo “Il Castellaccio”. 

Alla base dell’ondata di scarcerazioni la carenza di motivazioni dell’ordinanza, nonostante la solidità delle accuse. Sulla scia del “ricorso pilota”, che era stato presentato dall’avvocato Marco Russo, nei giorni successivi fece ritorno a casa anche la madre Maria Teresa Bartolacci, mentre per un’altra vicenda rimasero in carcere il fratello e ai domiciliari il padre. Era per il chilo di hashish rinvenuto a fine maggio tra la sua auto e l’agriturismo, quando per alcuni giorni il giovane si rese latitante scappando a un controllo dei carabinieri.

Silvana Cortignani

 


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16 luglio, 2018

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