Viterbo – Non sarà un anno qualsiasi il 2020 per il presidente della camera penale Roberto Alabiso. In prima linea contro lo stop alla prescrizione e contro gli attacchi ai penalisti nonché parte civile contro la mafia.
Il 26 gennaio saranno 40 anni che è avvocato. “Adoro la mia toga, sarò vanitoso, ma non la presto neanche ai colleghi del mio studio – ha detto qualche tempo fa, sottolineando – l’avvocato è quello che indossa la toga e difende l’una e l’altra parte, vittime e imputati”. Oltre che per la toga, Alabiso, 65 anni, ha una storica passione per la pallacanestro che lo ha portato ad essere per otto anni procuratore federale nazionale del basket e per altri otto anni procuratore aggiunto.
Un anno pesante il 2019 per gli avvocati penalisti viterbesi, finiti spesso sotto attacco per la difesa di imputati in casi particolarmente clamorosi. Esercitare la difesa è diventato un mestiere complicato?
“Tantissimi gli attacchi che si sono susseguiti sulle varie testate e sui social network, a seguito di vari fatti di cronaca che hanno fatto clamore a livello locale e nazionale. La camera penale di Viterbo, prima fra tante altre, ha ritenuto di dover tutelare tutti i colleghi che si trovavano loro malgrado coinvolti in queste vicende, presentando idoneo atto di denuncia-querela, tuttora all’esame del procuratore capo Paolo Auriemma per la valutazione degli elementi di rilevanza penale a parere di chi scrive sussistenti”.
Era necessario arrivare a sporgere querela per difendere i penalisti?
“Sarà la procura della repubblica di Viterbo ovviamente a decidere. Ma noi siamo intenzionati ad andare fino in fondo, perché riteniamo di dover dare un segnale forte sulla nostra posizione, intanto di tecnici del diritto. Noi abbiamo il diritto-dovere di difendere chiunque, come sancito dalla nostra costituzione. Siamo in attesa che il procuratore capo si esprima su quanto da noi relazionato nell’atto di denuncia-querela inoltrato qualche mese fa”.
Lo scorso 21 dicembre, davanti al gup del tribunale di Roma, lei si è costituito parte civile contro i tredici arrestati del blitz antimafia dello scorso 25 gennaio. La notte tra il 26 e il 27 luglio 2017, il presunto sodalizio criminale italo-albanese le avrebbe incendiato un’auto nel giardino della sua abitazione. Cosa si sente di dire alle vittime?
“Io da penalista sono sempre dell’idea che la parte offesa debba costituirsi nei processi penali nei quali si trova coinvolta, perché purtroppo nella ricostruzione dei fatti e magari nel racconto dell’accaduto ci può essere qualche distorsione della verità che non sempre fa bene alla parte offesa. E quindi, secondo me, la presenza è assolutamente necessaria”.
Come commenta oggi l’attentato incendiario di cui lei e sua moglie siete rimasti vittime due anni e mezzo fa?
“Siamo stati vittime di un’azione assurda. Nel senso che una minaccia così violenta e così specifica come quella che mi ha colpito personalmente ci ha messo in grande difficoltà in famiglia, perché intanto prima di individuare i responsabili è trascorso un anno e passa e tu guardi un po’ nel vuoto per individuare quali errori puoi aver commesso. Poi da quello che è emerso, veramente, io ho solo fatto una parte civile su un processetto di poche migliaia di euro, che non mi sembrava il caso di reagire… non è mai il caso, ma tanto meno in una situazione di questo genere”.
L’anno che si è appena chiuso è stato il suo primo anno da presidente della camera penale “Ettore Mangani Camilli” di Viterbo. Un bilancio?
“Posso dire che abbiamo avuto due grandi soddisfazioni. La prima quella di vedere un riavvicinamento di tutti i penalisti viterbesi, giovani e meno giovani, alla nostra organizzazione, e questo non poteva che farci piacere, perché certamente la voce di un gruppo sostenuto di legali è più forte delle voci isolate che si lanciano in battaglia più o meno donchisciottesche. Il secondo motivo di grande soddisfazione è stato che siamo diventati un interlocutore fisso del consiglio dell’ordine e della magistratura viterbese, anche se di recente, proprio a causa di alcune mie dichiarazioni, c’è stato un momento di tensione. Un momento di tensione frutto però esclusivamente di una critica costruttiva, a parere di chi parla ovviamente, e risolto con la consueta signorilità che contraddistingue i nostri rapporti con la magistratura e con i colleghi che non avessero eventualmente condiviso alcuni miei pensieri. Peraltro non va dimenticato che quei pensieri sono stati espressi nel corso di una manifestazione di protesta molto pervicace ed importante”.
E’ successo durante la maratona oratoria di inizio dicembre a Roma davanti alla cassazione contro lo stop alla prescrizione, che ha coinciso con l’ennesima astensione a livello nazionale indetta dall’unione delle camere penali italiane. Lei parla di “medioevo giuridico”.
“Dal primo gennaio l’Italia è umiliata dal punto di vista giuridico con alcune norme, in particolare sulla prescrizione, le intercettazioni e sull’ergastolo ostativo, che praticamente fanno ritornare il nostro paese al medioevo giuridico. Per quanto riguarda la prescrizione credo che la battaglia sia appena iniziata, perché purtroppo i politici sordi alle nostre sollecitazioni hanno fatto sì che questo obbrobrio passasse senza alcun emendamento. Per quanto riguarda l’ergastolo ostativo e il problema del rito abbreviato, se esperibile in tutti i casi o solo in alcuni, siamo tutti allo studio delle valutazioni della suprema corte e della corte costituzionale, anche per gli eventuali risvolti di incostituzionalità nel proibire l’adozione di questo rito speciale in alcuni casi”.
Come si preannunciano gli anni Venti sul fronte dei rapporti tra avvocatura e politica?
“C’è da dire che purtroppo ci troviamo in un momento, e per un momento parlo di qualche anno, che abbiamo interlocutori politici sempre meno attendibili, e questo a prescindere dall’appartenenza a questo o quel partito. E noi ci troviamo praticamente a dover gestire e lavorare con norme che prevedono il famoso ‘salvo intese’ come nella recente legge finanziaria o con norme che prevedono già di per sé la modifica di alcune iniziative che erano state già approvate nel tempo, vedi il decreto sicurezza”.
E i rapporti tra avvocatura e magistratura a livello locale?
“L’avvocatura viterbese ha ritrovato, se mai l’avesse persa, una totale unità d’intenti sia in ambito penale, sia in ambito civile. Non ultimo abbiamo sottoscritto un protocollo sul patrocinio a spese dello stato. Stiamo lavorando anche sulla stesura di un protocollo per le udienze, sui ruoli di udienze, sulle udienze penali, sia monocratiche che collegiali che del gip, in modo da rendere sia il nostro lavoro che quello dei magistrati più ordinato. Non si pretende di risolvere tutti i problemi d’emblée, con la bacchetta magica. Ma di questo dobbiamo essere grati alla nostra presidente Maria Rosaria Covelli: che, grazie al suo continuo stimolo, alla sua continua presenza nonché al collegamento con la coordinatrice del settore penale, giudice Silvia Mattei, stiamo già cominciando a vedere i primi risultati”.
Ci pare di capire, in conclusione, che dal punto di vista degli operatori della giustizia il 2019 si sia chiuso e il 2020 si sia aperto nel segno della controversa riforma Bonafede.
“Il lavoro è tanto, il lavoro è lungo. Abbiamo questa spada di Damocle sulla riforma Bonafede, che sicuramente ci impegnerà in altre battaglie e c’è sicuramente da rimboccarsi le maniche. Noi siamo fiduciosi. Io e il mio consiglio direttivo, il vicepresidente Remigio Sicilia, la segretaria Ada Baiocchini, i consiglieri Marco Russo e Carlo Mezzetti stiamo lavorando tutti insieme per un 2020 fatto di critica, ma di critica costruttiva, di collaborazione con il consiglio dell’ordine, con le altre associazioni, l’Aiaf, la camera civile, l’organismo congressuale e tutti gli altri, di modo tale che Viterbo diventi il fiore all’occhiello di questa corte d’appello di Roma, che si sta muovendo a passi molto lenti alla ricerca di una identità istituzionale che, secondo noi, è alla base di qualunque progresso civile e giuridico”.
Natale è stato una festa in famiglia?
“Assolutamente sì. Ritengo che la famiglia sia un appoggio fondamentale. Io ho la fortuna di avere una sorella con cui sono legatissimo, mia moglie ha molti fratelli, per cui è ancora più semplice: grande compagnia, buona compagnia. Purtroppo il 2019 è stato un anno complicato per qualche problemino di salute dei nostri congiunti. Per chi potrà, ci auguriamo un 2020 migliore”.
Una cosa curiosa. Sulla targa del suo studio c’è il nome di sua figlia Martina, che però sta a Milano.
“E’ vero, è una cosa curiosa, ma da padre orgoglioso ci tengo che ci sia il suo nome, anche se nel frattempo lei si è trasferita altrove, non esercita e fa un altro lavoro. Lo studio, intanto, crescerà ancora nel 2020. Stiamo riorganizzando il lavoro e a me e agli avvocati Ercole Rita e Eleonora Olimpieri si aggiungerà una new entry, Giorgia Falchi”.
Si è chiuso già anche il secondo decennio del terzo millennio. Il tempo passa veloce, c’é una canzone che rimane?
“In effetti una canzone cui sono particolarmente legato c’è ed è ‘Chiamami ancora amore’, un brano del 2006 di Roberto Vecchioni”.
Silvana Cortignani
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