Carabinieri del Nas
Tuscania – “Mio padre non era tipo da togliersi la vita”. E’ ripreso ieri con la testimonianza di uno dei figli della vittima il processo per la tragedia di Villa Iris, dove il 15 gennaio 2019 un ospite, Gian Paolo Rossi di 81 anni, è deceduto sul colpo dopo avere fatto un volo di oltre tre metri da una finestra del secondo piano della casa di riposo.
Davanti alla corte d’assise presieduta dal giudice Silvia Mattei sono imputati di abbandono aggravato dalla morte i dirigenti Amedeo Menicacci e Noemi Castellani, quest’ultima anche nel suo ruolo di coordinatrice responsabile della struttura socio-assistenziale. Parti civili i figli Gabriele e Simone. Pm Massimiliano Siddi.
Si è sottratto volontariamente al controllo con l’intento di togliersi la vita oppure si è trovato solo e disorientato in un ambiente a lui sconosciuto? La tragedia è avvenuta in una zona a rustico dell’edificio, raggiunta dalla vittima facendo due rampe di scale dopo avere cenato al pianoterra, passando attraverso una porta antipanico adiacente la medicheria, che all’epoca non era allucchettata.
Il figlio: “Mio padre non era tipo da togliersi la vita”
Secondo il figlio Gabriele, 53 anni, il padre mai avrebbe manifestato intenti suicidari. “Mio padre – ha sottolineato – era alto 1.60 metri, con una forza interiore che noi purtroppo non abbiamo ereditato. E’ stato direttore di banca, ha aperto lui la filiale di Porto Santo Stefano di un noto istituto di credito di Arezzo. Ha anche subito ingiustamente un lungo processo penale, dal quale è uscito con una piena assoluzione, ‘perché il fatto non sussiste’. Ha accudito per 13 anni nostra madre malata, facendosi carico di tutto. Ha sempre provveduto a se stesso, senza mai chiederci nulla”.
Un uomo di una intelligenza e lucidità eccezionali: “Era in grado non solo di leggere, ma anche di parlare al contrario, essendo dotato di una straordinaria memoria fotografica. Era un gioco che ancora facevamo, tra noi, per tenerlo vigile e allegro. Negli ultimi tempi, però, forse non sapeva più neanche scrivere”.
“Aveva il morbo di Alzheimer – ha spiegato il figlio della vittima – a volte ci riconosceva, a volte no. Aveva dei problemi a deambulare. Lo sostenevamo noi per camminare. Doveva essere accompagnato in bagno per evitare inconvenienti”, ha proseguito. Secondo il figlio, l’81enne non sarebbe stato in grado di salire le scale.
Eppure, secondo la prospettazione accusatoria, lo avrebbe fatto per raggiungere la finestra del sottotetto, al secondo piano, da cui è precipitato sul terrazzo sottostante, lasciando a terra una pantofola che ha permesso agli investigatori di ricostruire il percorso e la dinamica.
“Il babbo non si orientava più, doveva essere accompagnato, non credo avrebbe potuto salire le scale”, ha ribadito al pm e anche al giudice Silvia Mattei. Niente da ridire riguardo al personale: “Devo essere onesto, in nostra presenza il personale si è dimostrato sempre molto carino nei modi e disponibile alla richieste”.
Il medico della Asl: “Condizioni cognitive medio-gravi”
Le condizioni cognitive di Gian Paolo Rossi sarebbero state “medio-gravi”, secondo l’allora dirigente distrettuale Carla Castaldo Tuccillo, il medico della Asl di Viterbo cui il Nas ha chiesto le valutazioni cliniche “a posteriori”, effettuate sulla base della documentazione attraverso la quale l’81enne aveva ottenuto prestazioni sanitarie domiciliari presso la casa di riposo.
“Il punteggio del Mini mental test, che riguarda orientamento e memoria, era di 14 su 30, dal che ho desunto condizioni cognitive medio-gravi. Ma non ho trovato valutazioni Iadl e Adl relative alle capacità funzionali dell’anziano, alle sue attività quotidiane, alla sua autonomia. Non so, ad esempio, se si lavasse da solo, se fosse in grado di assumere farmaci, se mangiasse oppure se socializzasse”, ha detto la dottoressa. Men che meno se fosse in grado di salire le scale: “Non so nulla delle sue capacità motorie”.
La dottoressa a fine deposizione ha quindi ricordato come quando si parlava di trasferire altrove gli anziani in seguito alla tragedia: “I familiari fecero resistenza, non volevano che i propri parenti fossero mandati via, erano preoccupati che la struttura chiudesse”.
Il Nas: “Veniva erogata metà dell’assistenza”
L’udienza si è aperta con la testimonianza di uno dei carabinieri del Nas che hanno compiuto cinque accessi nella casa di riposo di Tuscania nei giorni successivi alla tragedia.
Il militare, sollecitato dal pm Siddi, ha ribadito le carenze relative al personale, a partire dall’assenza di documentazione sanitaria, come le certificazioni di idoneità psico-attitudinale degli operatori. Non c’era, inoltre, un registro delle presenze.”C’erano solo dei fogli per singoli giorni, coi turni di mattina e pomeriggio e una colonna riepilogativa, ma senza alcuna documentazione, ad esempio, dei turni di notte”, ha spiegato il maresciallo.
“In base alla programmazione che abbiamo trovato – ha proseguito – venivano erogare 65 ore al giorno di assistenza per oltre 40 anziani, senza alcuna valutazione delle condizioni cliniche né da parte della Asl, né dai medici di base. Dopo la valutazione che abbiamo chiesto al distretto Asl di Montefiascone, è emerso che avrebbero dovuto essere erogate 130 ore al giorno di assistenza. Per cui ne venivano erogate la metà”.
Non solo. “In alcune fasce orarie – ha sottolineato il militare – per la precisione tra le 12 e le 16 e tra le 18,30 e le 20, non si raggiungeva nemmeno il requisito minimo che, in base alla normativa regionale 2003-2004, avrebbe dovuto essere di almeno tre operatori con la qualifica di Oss”, ha concluso.
Il processo procede spedito. Il prossimo 16 aprile, salvo imprevisti, saranno ascoltati gli ultimi otto testimoni dell’accusa.
Silvana Cortignani
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