Il corpo del reato – La mannaia sequestrata al trentenne arrestato
Viterbo – (sil.co.) – Colpi di mannaia per riscuotere un debito di 450 euro al quartiere Carmine-Salamaro.
A distanza di oltre cinque anni e mezzo e dopo una serie di rinvii, è ripreso ieri con la testimonianza del medico legale Alfredo Borghetti, nominato a suo tempo dalla pm Paola Conti, il processo al trentenne che il 13 settembre 2016 fu arrestato in via Vico Squarano per tentato omicidio in seguito a un’aggressione messa in atto nella tarda mattinata ai danni di un ventenne d’origine moldava.
Imputato un noto ultras, R.S., difeso dall’avvocato Lorenzo Contucci del foro di Roma, finito inizialmente ai domiciliari per tentato omicidio aggravato e poi a processo davanti al collegio del tribunale di Viterbo soltanto per rapina, in quanto, al posto dei soldi che non aveva, avrebbe costretto la vittima a consegnargli il telefonino. Due anni prima, il 14 novembre 2014, era stato arrestato assieme ad altri otto neofascisti per le sprangate allo stadio di Magliano Romano.
La vittima, secondo l’accusa iniziale, si sarebbe salvata solo perché d’istinto avrebbe sollevato il braccio sinistro per difendersi, riportando una grave ferita e una frattura all’arto. Non avrebbe però rischiato la vita a causa delle lesioni riportate, come confermato ieri dal consulente Borghetti.
In aula era presente anche l’imputato, cui pochi giorni dopo, il 28 settembre, è stato contestato anche il reato di evasione dai domiciliari.
Alfredo Borghetti
“Aggredito, si è difeso”
“La parte offesa, che è venuto alla visita con un apparecchio gessato, mi ha detto di essere stato aggredito fuori casa dove si erano dati appuntamento per un chiarimento. L’imputato avrebbe tirato fuori dallo zaino una mannaia di colore nero, lunga complessivamente 30 centimetri, 17 dei quali di lama. Lui si sarebbe difeso alzando il braccio sinistro, riportando un trauma contusivo all’avambraccio con ferita lacero contusa e una frattura scomposta nel punto in cui la lama si è fermata dopo avere incontrato l’osso”, ha spiegato il dottor Borghetti.
Scattato l’allarme, il ventenne moldavo è stato condotto in ambulanza al pronto soccorso dell’ospedale di Belcolle. La pm Conti ha sottolineato come secondo lei, se non si fosse difeso, sarebbe potuto morire.
A piedi verso casa con la mannaia insanguinata in mano
Sul posto si sono precipitati polizia e carabinieri, mettendosi sulle tracce dell’aggressore, rintracciato verso l’una nella sua abitazione in via Vico Squarano, dopo che diversi testimoni lo avrebbero visto camminare a piedi con la mannaia insanguinata in mano. Ai carabinieri che sono andati a prenderlo a casa avrebbe detto di essere andato a cercare il ventenne a casa di un amico comune perché gli doveva dei soldi e di averlo colpito con la mannaia perché non glieli aveva dati. “Abbiamo rinvenuto la mannaia all’interno di un armadio”, ha spiegato l’attuale comandante della stazione carabinieri di Tuscania, Daniele Tramontana, all’epoca in servizio presso il nucleo investigativo di Viterbo.
Sono stati quindi acquisiti i verbali di arresto, perquisizione e sequestro dell’arma, tuttora conservata tra i copri di reato.
“Nessun regolamento di conti, la droga non c’entra”
Si parlò di un regolamento di conti per debiti di droga. “Non è vero. Volevo solo la restituzione di un prestito di 450 euro del tutto lecito. La droga è solo una bugia, da lui inventata per aggravare la mia situazione”, si è difeso in aula l’imputato il 16 gennaio 2018 alla prima udienza del processo. Prima ancora delle questioni preliminari, il trentenne chiese in quell’occasione di rilasciare spontanee dichiarazioni, per smentire una voce circolata insistentemente nei giorni a ridosso dell’aggressione negli ambienti investigativi.
Sentenza il 13 settembre, esattamente sei anni dopo
Nonostante l’opposizione del pubblico ministero, il collegio, sentite le dichiarazioni dell’imputato, ha accolto la richiesta di rito abbreviato condizionato all’audizione della presunta vittima che, a distanza di oltre cinque anni, risulterebbe irreperibile.
Si farà un nuovo tentativo per l’udienza del prossimo 13 settembre, a distanza di sei anni esatti dall’aggressione, quando dovrebbe essere sentito anche l’ultimo testimone prima di procedere allìesame dell’imputato, discussione e sentenza.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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