In azione i carabinieri – foto di repertorio
Viterbo – Coppia di imprenditori viterbesi vittime degli strozzini durante il lockdown, il processo ai quattro imputati di usura e estorsione è entrato nel vivo ieri con la testimonianza della donna, titolare col compagno di un ristorante e di una pescheria avviatissimi a Viterbo, costretti a chiudere in seguito ai guai scaturiti dalla vicenda.
Davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco sono finiti un tatuatore con studio a Viterbo e la moglie, M.B. e M.B., di 44 e 43 anni, entrambi difesi dall’avvocato Massimo Finotto del foro di Terni; un albanese di 29 anni residente a Terni, A.L., difeso dall’avvocato Fabio Menichetti del foro di Roma; e un 49enne di Castel Giorgio, C.C., difeso dagli avvocati viterbesi Roberto e Francesco Massatani.
Un quinto imputato, fratello del tatuatore, D.B., di 52 anni, è uscito dal processo patteggiando una condanna definitiva a un anno e otto mesi. Anche lui fu arrestato nel blitz scattato nella primavera del 2021, sfociato nel giudizio immediato. Parte civili con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini le vittime che ieri, all’apertura dell’udienza, hanno annunciato di avere rimesso la querela nei confronti del 49enne umbro.
Il pm titolare del fascicolo, Michele Adragna
A settembre l’ultimatum dei tatuatori
Prima testimone dell’accusa l’imprenditrice 42enne che solo a metà settembre 2020 avrebbe saputo dal compagno, 48 anni, dell’ultimatum che gli avrebbero imposto il tatuatore e la moglie, minacciandolo di fare regolare i conti agli albanesi se non avesse versato loro soldi entro il giorno successivo.
“Mi disse – ha raccontato la parte offesa – che per un prestito di 90mila euro, volevano 335mila euro, 120mila euro dei quali dovuti alla coppia, 27mila euro alla madre di lei, 42mila euro all’albanese e 40.500 al 49enne. Mi spiegò pure che lui, a mia insaputa, gli aveva già versato diverse somme di denaro, tramite il ‘giro pesce’, ma che non andavano mai scalare dall’importo iniziale, bensì erano calcolati come interessi”.
Rapida liquidità col “giro pesce”
Ha quindi spiegato cosa fosse il cosiddetto “giro pesce”. In precedenza, in paio di anni prima, quando la coppia era in società con un altro ristorante prima di aprirne uno proprio, ci sarebbero stati dei problemi per la pescheria di famiglia a causa del “giro pesce”, ovvero un sistema per avere rapida liquidità attuato dal ristoratore, che sarebbe consistito nel fatturare alla ditta pesce venduto sottocosto al di fuori, che avrebbe procurato un ammanco di centomila euro alle casse dell’azienda.
Cinquecento euro al giorno agli strozzini
Superato il lockdown, grazie a una ripresa col segno più nell’estate 2020, la 43enne sarebbe stata convinta che gli affari di famiglia andassero a gonfie vele. Fino all’annuncio dell’ultimatum. “Il giorno dopo – ha proseguito – sono andata io allo studio dei tatuatori e ci siamo accordati per 500 euro al giorno e 2.500 ogni due settimane, che pensavo sarebbe stato facile trovare, visto che sia la pescheria che il ristorante andavano benissimo”.
I difensori di parte civile, Giovanni Labate e Enrico Valentini
Minacce albanesi e la “cena minatoria”
“Gli ho fatto anche due bonifici per un totale di 11mila euro. In breve, io gli ho dato 23.500 euro e mio marito altri 30mila. Ma, anche se oltre 50mila euro erano tanti, non andavano mai a scalare sulla dazione e loro volevano sempre altro denaro, minacciando che sarebbero venuti gli albanesi, anche da mia madre e anche dal padre del mio compagno. Intanto le aziende cominciavano ad andare male e, a causa dei soldi che andavano via, era venuta meno la liquidità. Poi c’è stato l’episodio della ‘cena minatoria’”.
“Gli ho detto di non venire, ma non ti fermare”
Risale a sabato 5 ottobre 2020 la cosiddetta “cena minatoria”. “L’imputato albanese ci ha telefonato per prenotare un tavolo per dieci connazionali a cena, dicendo ‘sono parenti, fagli lo sconto, falli mangiare bene’ e invitandoci a fargli trovare dei soldi, perché dei 53.500 euro che avevamo versato in due settimane a lui gliene erano toccati solo duemila. Sempre la moglie del tatuatore, poi, mi disse ‘gli ho detto di non venire, ma tu non ti fermare’, alludendo alle consegne di denaro”.
L’ultimatum di ottobre
“Il 7 ottobre, verso le 18, è piombato al ristorante l’albanese, che ha portato fuori il mio compagno che, messo all’angolo, è stato aggredito da suo cugino, che lo ha preso per un orecchio e lo ha colpito al volto, non so se con un pugno o uno schiaffo, ma si vedeva che gli aveva messo le mani addosso. Poi gli hanno dato un altro ultimatum, entro la fine di ottobre ‘altrimenti io vado in Albania, tu resti a Viterbo’, per minacciarlo di morte”.
Pressioni per le quote del ristorante
“Il cugino sapevamo già chi fosse, perché giorni prima si era fatto consegnare la macchina da mio marito, sempre alla bottega del tatuatore, che poi gli aveva restituito la sera stessa scoprendo che era in leasing. Sono gli unici due albanesi che abbiamo visto, anche se loro facevano intendere che fossero tanti, appartenenti a due gruppi, facendo pressione per avere le quote del ristorante”, ha detto ancora, nel corso di una deposizione fiume.
Il gesto di spingere una sedia a rotelle
La 42enne ha descritto un’escalation di minacce, sempre più agghiaccianti, fino al 5 dicembre 2020. “Fuori del ristorante si è presentato il 49enne originario di Castel Giorgio, facendo con le mani il gesto di spingere una sedia a rotelle per spiegarci che allo studio dei tatuatori la situazione era degenerata e che, se non avessimo versato subito 75mila euro dei 120mila che pretendevano, ci avrebbero gambizzato e fatto finire sulla carrozzina”.
A febbraio toccherà al ristoratore
Al termine, dopo tre ore di interrogatorio tra pm, legali di parte civile e parte della difesa, il resto del contro esame è stato rinviato all’udienza pubblica fissata per il prossimo 26 febbraio, quando sarò ascoltato anche il compagno, fatto oggetto secondo l’accusa di minacce ancora più gravi, che hanno coinvolti anche la figlia.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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