Carabinieri – Immagine di repertorio
Viterbo – Coppia di imprenditori viterbesi vittime degli strozzini durante il lockdown, rinvio record di sette mesi del processo per usura e tentata estorsione a una coppia viterbese, un tatuatore e la moglie, di 44 e 45 anni, un albanese trentenne residente a Terni e un 50enne di Castel Giorgio.
Un rinvio accolto non senza mugugni da parte dei legali della parti. Gli iniziali cinque imputati, uno dei quali ha patteggiato, furono arrestati due anni fa nel corso di un blitz dei carabinieri, scattato all’alba del 26 aprile 2021.
Ieri avrebbero dovuto ascoltate le vittime, un ristoratore e la compagna che all’epoca gestiva una pescheria, parti civili con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini. L’esame della donna era iniziato con un interrogatorio fiume di tre ore lo scorso 15 novembre.
Ma l’udienza è stata rinviata al prossimo 26 settembre, peraltro non per sentire i due testimoni più importati dell’accusa, ma solo per la calendarizzazione del processo, che dovrebbe riprendere quindi nei mesi successivi davanti al collegio in diversa composizione, in seguito al previsto ulteriore avvicendamento di giudici, con l’arrivo in estate di nuovi magistrati togati in servizio al tribunale di Viterbo.
Fatto sta che il processo “lampo”, dopo l’accoglimento a suo tempo della richiesta di giudizio immediato da parte del pm Michele Adragna, non è mai veramente decollato. Solo lo scorso 15 novembre è iniziato l’interrogatorio in aula dell’imprenditrice, una 43enne che solamente a metà settembre 2020 avrebbe saputo dal compagno, 49 anni, dell’ultimatum che gli avrebbero imposto il tatuatore e la moglie, minacciandolo di fare regolare i conti agli albanesi se non avesse versato loro soldi entro il giorno successivo.
Il pm Michele Adragna
L’illusione della ripresa dopo il lockdown
“A metà settembre 2020 il mio compagno mi disse – ha raccontato la parte offesa – che per un prestito di 90mila euro, volevano 335mila euro. Mi spiegò pure che lui, a mia insaputa, gli aveva già versato diverse somme di denaro, tramite il ‘giro pesce’, un sistema per ottenere rapida liquidità, ma che non andavano mai scalare dall’importo iniziale, bensì erano calcolati come interessi”.
Superato il lockdown, grazie a una ripresa col segno più nell’estate 2020, la 43enne sarebbe stata convinta che gli affari di famiglia andassero a gonfie vele. Fino all’annuncio dell’ultimatum. “Il giorno dopo – ha proseguito – sono andata io allo studio dei tatuatori e ci siamo accordati per 500 euro al giorno e 2.500 ogni due settimane, che pensavo sarebbe stato facile trovare, visto che sia la pescheria che il ristorante andavano benissimo”.
“Gli ho fatto anche due bonifici per un totale di 11mila euro. In breve, io gli ho dato 23.500 euro e mio marito altri 30mila. Ma, anche se oltre 50mila euro erano tanti, non andavano mai a scalare sulla dazione e loro volevano sempre altro denaro, minacciando che sarebbero venuti gli albanesi. Intanto le aziende cominciavano ad andare male. Poi c’è stato l’episodio della ‘cena minatoria’”.
La “cena minatoria” prenotata e poi disdetta
Risale a sabato 5 ottobre 2020 la cosiddetta “cena minatoria”. “L’imputato albanese ci ha telefonato per prenotare un tavolo per dieci connazionali a cena, dicendo ‘sono parenti, fargli lo sconto, falli mangiare bene’ e invitandoci a fargli trovare dei soldi, perché dei 53.500 euro che avevamo versato in due settimane a lui gliene erano toccati solo duemila. Sempre la moglie del tatuatore, poi, mi disse ‘gli ho detto di non venire, ma tu non ti fermare’, alludendo alle consegne di denaro”.
Gli avvocati di parte civile Giovanni Labate e Enrico Valentini
Ristoratore aggredito e macchina come “pegno”
“Il 7 ottobre, verso le 18, è piombato al ristorante l’albanese, che ha portato fuori il mio compagno che, messo all’angolo, è stato aggredito da suo cugino, che lo ha preso per un orecchio e lo ha colpito al volto, non so se con un pugno o uno schiaffo, ma si vedeva che gli aveva messo le mani addosso. Poi gli hanno dato un altro ultimatum, entro la fine di ottobre, minacciandolo di morte”.
“Il cugino sapevamo già chi fosse, perché giorni prima si era fatto consegnare la macchina da mio marito, sempre alla bottega del tatuatore, che poi gli aveva restituito la sera stessa scoprendo che era in leasing. Sono gli unici due albanesi che abbiamo visto, anche se loro facevano intendere che fossero tanti, appartenenti a due gruppi, facendo pressione per avere le quote del ristorante”, ha detto ancora, nel corso di una deposizione fiume.
Avvertimento col gesto di spingere la carrozzina…
La 43enne ha descritto un’escalation di minacce, sempre più agghiaccianti, fino al 5 dicembre 2020. “Fuori del ristorante si è presentato il 50enne originario di Castel Giorgio, facendo con le mani il gesto di spingere una sedia a rotelle per spiegarci che allo studio dei tatuatori la situazione era degenerata e che, se non avessimo versato subito 75mila euro dei 120mila che pretendevano, ci avrebbero gambizzato e fatto finire sulla carrozzina”.
Al termine, dopo tre ore di interrogatorio tra pm, legali di parte civile e parte della difesa, il resto del contro esame è stato rinviato all’udienza di ieri, quando avrebbe dovuto essere ascoltato anche il compagno, fatto oggetto secondo l’accusa di minacce ancora più gravi, che hanno coinvolti anche la figlia.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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