Viterbo – (sil.co.) – Coppia di imprenditori vittime di usura durante il Covid, azzerata la testimonianza della moglie. Troppo quasi un anno da quando l’interrogatorio fiume della parte offesa è stato interrotto a metà dopo tre ore durante l’udienza del 15 novembre 2022. Per motivi di “economia” si decise di rinviare a primavera il controesame delle parti, ma l’udienza fu rinviata.
Nel frattempo sono cambiati i giudici del collegio, con i nuovi che ieri hanno calendarizzato il processo, fissando al 27 febbraio la prossima udienza per ascoltare “ex novo” la testimonianza della donna, che vogliono risentire dall’inizio, non limitandosi alla lettura dei verbali, disponendo la rinnovazione del delicato passaggio del procedimento.
Imputati un tatuatore e la moglie, di 44 e 45 anni, un 50enne di Castel Giorgio e un albanese trentenne residente a Terni, tuttora sottoposto alla misura cautelare del divieto di dimora nel comune di Viterbo, sulla cui richiesta di revoca il tribunale si è riservato.
Gli iniziali cinque imputati, uno dei quali ha patteggiato, furono arrestati due anni fa nel corso di un blitz dei carabinieri, scattato all’alba del 26 aprile 2021. Vittime, un ristoratore e la compagna che all’epoca gestiva una pescheria, parti civili con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini.
Il processo “lampo” in corso col rito ordinario, invece, dopo l’accoglimento a suo tempo della richiesta di giudizio immediato da parte del pm Michele Adragna, non è mai veramente decollato. Solo lo scorso 15 novembre è iniziato l’interrogatorio in aula dell’imprenditrice, una 43enne che solamente a metà settembre 2020 avrebbe saputo dal compagno, 49 anni, dell’ultimatum che gli avrebbero imposto il tatuatore e la moglie, minacciandolo di fare regolare i conti agli albanesi se non avesse versato loro soldi entro il giorno successivo.
La 43enne ha descritto un’escalation di minacce, sempre più agghiaccianti, fino al 5 dicembre 2020. “Fuori del ristorante si è presentato il cinquantenne originario di Castel Giorgio, facendo con le mani il gesto di spingere una sedia a rotelle per spiegarci che allo studio dei tatuatori la situazione era degenerata e che, se non avessimo versato subito 75mila euro dei 120mila che pretendevano, ci avrebbero gambizzato e fatto finire sulla carrozzina”.
Al termine, dopo tre ore di interrogatorio tra pm, legali di parte civile e parte della difesa, il resto del contro esame era stato rinviato all’udienza dello scorso 31 aprile, quando avrebbe dovuto essere ascoltato anche il compagno, fatto oggetto secondo l’accusa di minacce ancora più gravi, che hanno coinvolto anche la figlia.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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