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Tribunale . Imputato con sei complici, il pregiudicato Ignazio Salone, che sta scontando in carcere otto anni e otto mesi per il colpo da Bracci

Banda dell’Alta Tuscia, alla sbarra pentito di camorra in carcere per rapina “ispirata” dal boss Trovato

di Silvana Cortignani
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Banda di Ignazio Salone - Articolo di Tusciaweb del 30 novembre 2005

Banda di Ignazio Salone – Articolo di Tusciaweb del 30 novembre 2005


Viterbo – Banda di Ignazio Salone, gli ultimi tre testimoni dell’accusa saranno sentiti la prossima estate, quando salvo imprevisti dovrebbe arrivare anche la sentenza.

Il processo per una lunga serie di furti e rapine che hanno messo a ferro e fuoco la Tuscia è ripreso ieri davanti al collegio del tribunale di Viterbo che, conti alla mano, ha stabilito come otto capi d’imputazione – su una cinquantina in totale, per 58 parti offese – non siano ancora prescritti e come in tutti sia coinvolto, con altri imputati e più spesso da solo, il cinquantenne pentito di camorra tra i due esecutori materiali del colpo a mano armata alla gioielleria Bracci di Viterbo del 14 marzo 2018.

Ignazio Salone, che era presente in aula scortato dalla penitenziaria, per il colpo da Bracci, il cui mandante sarebbe stato il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato, è stato condannato in via definitiva a 8 anni e otto mesi di reclusione che sta tuttora scontando in carcere. 


Rapina alla gioielleria Bracci (nel riquadro Giuseppe Trovato)

Rapina alla gioielleria Bracci: Ignazio Salone fu uno dei due autori materiali, mentre il boss di mafia viterbese Giuseppe Trovato (nel riquadro) sarebbe stato il mandante


Con Salone, per i colpi a raffica sul litorale, sono imputati sei presunti complici – Antonio Palomba, Gennaro Tucci Vitiello, Giovanni Meloni, Giuseppe Corrias, Daniele Luongo e Sceila Uccheddu – per quelli che fino a ieri erano una cinquantina di furti e rapine messi a segno tra il 2004 e il 2010 nell’Alta Tuscia e sul litorale.

“Vieni a fare una mangiata”, la frase con cui Salone avrebbe chiamato a raccolta i complici prima dei colpi. Lo avrebbe confessato lo stesso bandito, d’origine campana ma trapiantato a Montalto di Castro, al procuratore antimafia della Dda di Roma diventando collaboratore di giustizia per questioni di camorra.

Davanti al collegio, nel corso del processo, sono stati sentiti diversi carabinieri, tra i quali l’allora comandante del nucleo investigativo e un militare in forza alla stazione di Montalto di Castro all’epoca dei colpi messi a segno dalla banda, alcuni dei quali molto datati, risalenti i primi addirittura a una ventina di anni fa. 

Tra gli altri un  furto a un distributore sulla Castrense, una rapina a Valentano e due furti a Montalto di Castro, commessi tra il 2003 e il 2004. Talmente lontani nel tempo da mettere a dura prova la memoria degli investigatori, uno dei quali, allora comandante del nucleo operativo, ha ricordato come le indagini siano partite in seguito all’identificazione di Ignazio Salone e dei due complici, uno dei quali nel frattempo deceduto, dopo una rapina in villa con sequestro di persona a Pescia Romana il 28 gennaio 2005.

Salone fu arrestato a distanza di quattro mesi, a maggio, i due complici a novembre dello stesso anno. “Salone e i complici cominciarono a collaborare e ci dissero anche di eventi precedenti”, ha spiegato il militare. Poco prima un  suo collega aveva detto al collegio che “Salone e la sua famiglia erano conosciuti per vari reati, commessi anche in Toscana oltre che nel Viterbese, per cui ci furono intercettazioni, anche ambientali e con il gps”.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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8 novembre, 2023

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