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La maxinchiesta delle fiamme gialle - Si tratta di Giuseppe Boni, rinviato a giudizio con altre tre persone

Evasione milionaria e lavoratori sfruttati, nella rete della finanza imprenditore

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Guardia di finanza

Guardia di finanza

Emiliano Sessa, comandante polizia tributaria

Guardia di finanza – Il maggiore Emiliano Sessa, comandante polizia tributaria

Viterbo – (sil.co.) – Un “colpo” da venti milioni di euro messo a segno dal nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Viterbo al comando del maggiore Emiliano Sessa. E’ l’evasione fiscale da record emersa nel corso della maxinchiesta sfociata mercoledì in quattro rinvii a giudizio da parte del gup Savina Poli per evasione fiscale, intermediazione illecita e sfruttamento dei lavoratori a carico di quattro persone fisiche, più un consorzio.

A giudizio gli imprenditori viterbesi Giuseppe e Stefania Boni, fratello e sorella, di 54 e 52 anni; i due dipendenti Roberto Aquilanti e Andrea De Angelis, di 64 e 38 anni, originari di Roma; poi c’è il consorzio cooperativo a responsabilità limitata in liquidazione Interservice Group di Viterbo, con sede al Poggino, formalmente amministrato da una cinquantenne romana.

Per loro il processo, davanti al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei, prenderà il via il prossimo 14 maggio. Tre le parti civili già costituite, assistite dagli avvocati Mara Mencherini e Ilaria Di Punzio. Si tratta di tre degli autisti costretti a turni massacrati e sottopagati con lo spettro del licenziamento, ai quali altri lavoratori potrebbero aggiungersi prima dell’ammissione delle prove, ovvero alla prima udienza del processo. Parte civile, inoltre, potrebbe ancora costituirsi anche l’agenzia delle entrate, finora assente nel rivendicare un risarcimento. 

Emergono nel frattempo nuovi particolari sulle indagini, scattate tra il 2015 e il 2016 e coordinate dal pubblico ministero Massimiliano Siddi, che hanno visto in prima linea i militari della guardia di finanza del comando provinciale, alla guida del colonnello Giosuè Colella, nonché il nucleo carabinieri dell’ispettorato del lavoro. 


L’imprenditore col pallino dell’astronomia

Un vorticoso giro di fatture false per abbattere il reddito imponibile ed evadere l’Iva, generato da un consorzio di società cooperative di Viterbo operanti nel settore dei trasporti e logistica, affidate a “teste di legno” compiacenti.  La colossale frode è stata smascherata dai finanzieri del comando provinciale di Viterbo al termine di una complessa indagine e diverse verifiche fiscali durate oltre un anno, che hanno permesso di scoprire una frode fiscale per circa 20 milioni di euro e l’impiego di 230 lavoratori irregolari da parte di 19 società cooperative, tutte intestate con nomi di pianeti e costellazioni del sistema solare.


Commesse da colossi della distribuzione farmaceutica

Nel corso degli accertamenti eseguiti dal nucleo di polizia economico finanziaria, è emersa la regia di un insospettabile dominus, Giuseppe Boni, che aveva escogitato un articolato piano evasivo attraverso lo scambio di false fatture, emesse dalle stesse cooperative consorziate, finalizzato all’evasione fiscale.  Sono quattro, tra prestanome e amministratori di fatto, le persone rinviate a giudizio per diversi reati, tra cui emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti finalizzate all’evasione dell’Iva, distruzione ed occultamento delle scritture contabili e sfruttamento dei lavoratori. 

Le indagini hanno disvelato un meccanismo di frode attraverso il quale l’organizzazione acquisiva commesse a condizioni economiche vantaggiose da colossi della grande distribuzione di prodotti farmaceutici, per poi subappaltarle a cooperative fantasma che lavoravano sempre sotto la direzione dell’imprenditore viterbese ed avevano lo scopo di abbassare il costo del lavoro e commettere illeciti fiscali. Con questo sistema Boni sarebbe riuscito a evadere al fisco diversi milioni di euro di imposte, ritenute Irpef e contributi previdenziali sui compensi dei lavoratori, che venivano anche sottopagati e assoggettati a turni di lavoro massacranti.  


Una girandola di cooperative fantasma

Le cooperative fantasma, che avevano sede legale e strutture amministrative del tutto inesistenti, sono infatti risultate essere delle semplici “scatole vuote”, controllate occultamente dall’unico dominus, che se ne serviva solo per assumere formalmente i lavoratori, allo scopo di imputare a terzi le responsabilità derivanti dai comportamenti illeciti perpetrati dal sodalizio criminale ed erano sostanzialmente destinate a produrre, a seconda delle necessità fraudolente, solo falsa documentazione fiscale per prestazioni soggettivamente inesistenti.

Al termine delle indagini Giuseppe Boni è stato ritenuto l’effettivo dominus in grado di gestire per oltre un decennio una florida attività di autotrasporto merci, fittiziamente ed artatamente suddivisa in soggetti giuridici apparentemente distinti, ma di fatto costituenti un unico complesso aziendale.

Più in dettaglio le indagini hanno evidenziato che le false cooperative erano gestite da un ristretto numero di persone legate al sodalizio e nel suo esclusivo interesse, senza perseguire la finalità di natura mutualistica e solidaristica previste per tale settore. Tali cooperative, sempre utilizzate per un lasso di tempo limitato, venivano poste in liquidazione anche attraverso il compiacente intervento di prestanome, ostacolando o impedendo all’amministrazione finanziaria di risalire ai veri responsabili, che si arricchivano grazie alla frode fiscale e/o contributiva ed allo sfruttamento dei lavoratori.


Soci lavoratori col trucco

Quello delle false cooperative è un sistema organizzativo fraudolentemente abusato per “trasformare” normali dipendenti in soci lavoratori, beneficiando di diverse agevolazioni, soprattutto di carattere fiscale e finanziario destinate al settore cooperativo, in virtù della funzione sociale e mutualistica attribuita comunemente a tale istituto.

Attraverso l’inquadramento in cooperative ottenuto dal dipendente spesso in maniera forzosa, pena l’eventuale perdita dell’impiego in caso di rifiuto, il socio lavoratore perde le tutele del lavoratore dipendente e diventa simile a un imprenditore, per cui può essere licenziato senza troppe difficoltà. Inoltre i soci lavoratori possono essere pagati a cottimo, cioè a viaggio, e quando non lavorano perché malati, in ferie, o magari per carenza di commesse, non percepiscono alcuna retribuzione.

I soci lavoratori di queste cooperative fittizie, che dovrebbero essere piccoli imprenditori consorziati che partecipano alle decisioni sulla gestione della loro cooperativa, di fatto risulterebbero ridotti a dipendenti “sfruttati”, che prendono ordini dal padrone delle società committenti e possono essere sottoposti a qualsiasi tipo di stress lavorativo, pena il licenziamento. Alle imprese utilizzatrici della manodopera irregolare è stata contestata l’Iva ritenuta evasa, in quanto illecitamente detratta, per diversi milioni di euro.

Giuseppe Boni è anche imputato del reato di falso in bilancio del consorzio da lui occultamente gestito, per avere omesso di indicare crediti vantati dallo stesso consorzio nei confronti di altre imprese, per circa due milioni di euro, al fine di trarne un ingiusto profitto. A tale condotta è connesso anche un ulteriore illecito amministrativo riguardante la responsabilità di enti ed imprese per non avere adeguatamente controllato la corretta gestione dell’azienda. Gli elementi raccolti dalle fiamme gialle e dal nucleo per la tutela del lavoro dei carabinieri hanno consentito al pubblico ministero di fornire al tribunale di Viterbo solidi elementi per disporre il rinvio a giudizio, con prima udienza fissata per il prossimo 14 maggio.


Articoli: Evasione milionaria e sfruttamento di manodopera, quattro rinvii a giudizio – Evasione milionaria e sfruttamento, in quattro rischiano il processo


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28 febbraio, 2019

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