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Tribunale - Grande accusatore, l'imprenditore che annunciò il suicido con una lettera alla finanza

Usura, marmisti condannati a due anni e al risarcimento della vittima

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Viterbo - Il tribunale

Viterbo – Il tribunale

Antonio Rizzello

Il difensore della vittima, avvocato Antonio Rizzello

Soriano nel Cimino – (sil.co.) – Marmisti condannati per usura, pronta  ricorrere in appello la difesa. 

Sono stati condannati ieri a due anni di reclusione con sospensione della pena e 5mila euro di multa ciascuno un ex marmista di Soriano nel Cimino e il suo ragioniere, i quali dovranno anche risarcire in sede civile la vittima. Quest’ultimo, parte civile con l’avvocato Antonio Rizzello, è lo stesso imprenditore unico accusatore e parte civile anche nel processo ai 15 imputati della presunta “banda dei canepinesi”.

Sul banco degli imputati due coppie di coniugi. Sono state assolte le mogli, come chiesto dal pm Stefano D’arma, che aveva invece chiesto 4 anni ciascuno per i due uomini.

Il collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei li ha condannati soltanto per uno dei cinque capi di imputazione,  derubricando inoltre a esercizio arbitrario delle proprie ragioni, reato prescritto, l’accusa di tentata estorsione.

“Naturalmente faremo appello”, anticipa dichiarandosi comunque soddisfatta, vista la gravità delle accuse iniziali, l’avvocato Stefania Sensini, uno dei difensori, col collega Fabrizio Ballarini.

“Un personaggio folcloristico”,  ha definito durante l’arringa difensiva la presunta vittima, la cui attendibilità e stata fino all’ultimo messo in dubbio. “Quando mai si è  visto un aspirante suicida scrivere alla finanza per annunciare il gesto?”, ha detto alludendo alla famosa lettera che ha spinto l’acceleratore sulle indagini. E ancora: ” La guardia di finanza non ha fatto i dovuti approfondimenti”. Tutti argomenti propedeutici all’appello.

Come detto, i quattro imputati sono accusati dallo stesso imprenditore 58enne che, rivelando a un finanziere i suoi intenti suicidi, ha dato il via a due filoni d’indagine, titolare il pubblico ministero Paola Conti, il primo per l’appunto relativo ai marmisti e il secondo ai quindici “canepinesi”.

La maxinchiesta della procura della repubblica di Viterbo è sfociata nei due processi. In entrambi la presunta vittima, difesa dall’avvocato Antonio Rizzello, si è costituita parte civile. Nel frattempo il 58enne ha avuto accesso al fondo antiusura.

La presunta vittima ha parlato per la prima volta in pubblico in occasione dell’udienza del 13 gennaio 2016 del processo ai quattro imputati, a quasi dieci anni dal presunto prestito di 6mila euro in cambio di 10mila che avrebbe inguaiato i due artigiani e le rispettive mogli. In precedenza sarebbe stato già vittima dei “canepinesi”.

Le due coppie, nel 2007, avrebbero ereditato il “debito” contratto dal 56enne, già finito nel giro dei “canepinesi”, con un poliziotto poi deceduto in un incidente.

“Mi aveva prestato 6mila euro in cambio di 10mila. Quando è morto, si è presentato all’incasso il fratello che per farmi trovare i soldi mi ha portato dal marmista – ha spiegato la presunta vittima, scoppiando più volte in lacrime, confondendo date e circostanze, ma rimanendo fermo su un punto – mi hanno tolto la voglia di vivere”. 

Silvana Cortignani


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20 febbraio, 2019

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