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Fabrica di Roma - Una comunità intera si è stretta attorno alle famiglie di Stefano Federici e Pierpaolo Bartoloni - Ieri, durante i funerali dei due ragazzi scomparsi a causa di un tragico incidente domenica mattina lungo la Falerina

“Per combattere a mani nude la morte…”

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Fabrica di Roma - I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma – I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma - I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma – I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma - I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma – I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma - I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Fabrica di Roma – I funerali di Pierpaolo Bartoloni e Stefano Federici

Viterbo – Una “catastrofe”. L’ha definita così il vescovo di Civita Castellana Romano Rossi, anche lui con la voce rotta dalla commozione. La morte di due giovanissimi. Stefano Federici e Pierpaolo Bartoloni. Due ventenni che domenica scorsa hanno perso la vita tornando da una serata passata insieme agli amici. Amici anche loro, come Leonardo Marroni che sta lottando per restare in vita. A Roma, al policlinico Gemelli. Come il ragazzo che pochi minuti prima dell’incidente i tre giovani avevano lasciato a casa, a Civita, per poi andare a fare colazione al bar. Come si fa. Come in passato avranno fatto anche i loro genitori, di ritorno dai Cigni o dal Cyborg. Discoteche una volta in voga.

Una “catastrofe”, quella che si respirava ieri al duomo di Fabrica di Roma dove sono stati celebrati i funerali. La chiesa e la piazza piene di gente che hanno aspettato i loro “figli”, come li ha chiamati il vescovo, in silenzio. Un’ora prima che iniziasse la messa. Compatti. Una comunità intera fatta di padri e madri che nel fine settimana vedono ciò che gli sta più a cuore, più di qualsiasi altra cosa al mondo, salire in macchina con gli amici. E non possono farci niente, perché i figli crescono. Per andarsi a divertire, come è giusto che sia. Ed è lì che il cuore ti si stringe, si sta a guardare l’orologio e, anche se i figli, che finché non sono padri e madri anch’essi, è vero, non lo capiscono, fanno tardi.

Quei minuti di ritardo che fanno sempre raggelare.

Ieri in piazza tutti. Soprattutto c’erano padri e madri. E il dolore era infinito, straziante. La bandiera della Lazio su una delle due bare e dentro chiesa c’è stato chi si è sentito male. Perché proprio non ce l’ha fatta. Perché quei figli, “figli nostri, figli di un’intera comunità”, ha detto il vescovo, sono stati anche i loro. Perché come i loro non hanno fatto nulla di male, se non fare quello che un giovane fa. Si diverte, senza sapere nulla di sorte o destino. Senza sapere nulla di quel che vuol dire piangere la morte di un figlio. Oppure un padre e una madre che li aspettano in piedi. All’alba del giorno dopo. Perché quei figli, ieri sull’altare, uno accanto all’altro, “in un tempo che vorremmo non finisse mai”, ha poi aggiunto Romano Rossi, avrebbero potuto essere i loro. I corpi dei loro figli.

Il destino. Quello che chiama in causa la fede che, a sua volta, rimanda al mistero della vita. I genitori di Stefano e Pierpaolo che entrano in duomo con la foto del figlio. E quel pianto, diverso da tutti gli altri, che viene dal “profondo”. Mettendo Dio stesso, in persona, ancora una volta, dinanzi alla perdita di un figlio.

Un funerale di due figli che insieme non hanno nemmeno l’età di molti che adesso stanno leggendo. Ventidue e ventiquattro anni.

Dentro al duomo le persone stanno in silenzio, girate di spalle. Nessuno si volta finché non arrivano i due ragazzi. In quel preciso istante, tutti in piedi. Non ci sono striscioni o palloncini. Solo un silenzio, che è totale. Al passaggio dei genitori, ognuno, chi stava davanti all’ingresso, si fa da parte. Nessuno ha la forza necessaria per sostenere quel dolore. Nessuno. Nemmeno i carabinieri e la municipale, che tolgono il cappello d’ordinanza in segno di rispetto e lutto. Come in lutto erano Civita Castellana e Fabrica. Neanche una saracinesca alzata lungo le vie della città. Tutto chiuso. Tutto fermo. Come il tempo che tutti, dal vescovo all’ultima delle persone presenti, avrebbero voluto fermare. Per sempre. “Per combattere a mani nude la morte”, ha ribadito più volte il vescovo. Ben sapendo che non è possibile.

Centinaia di persone in chiesa. In giro per il paese non c’era nessuno. Nemmeno le macchine passavano. Con loro i sindaci Mario Scarnati e Gianluca Angelelli. Scarnati è scosso. Palesemente. va avanti e indietro, senza sosta. Angelelli resta fino all’ultimo istante. Si fa da parte, mentre i genitori di uno dei due ragazzi restano immobili di fronte alla bara del figlio. Sta malissimo. Anche lui. A pochi passi dal mistero di una vita così giovane spezzata senza nessun motivo. Prova a stare in piedi. E’ il sindaco. Passa in continuazione la mano sulla fascia tricolore che dalla spalla gli cade a tracolla sul fianco sinistro. Si toglie e rimette gli occhiali. In continuazione. Pallido. Stringe i denti. Si vede. Sembra quasi di sentirlo. Poi non ce la fa. Si siede e piange. La testa fra le mani. Nell’ora di tutti.


Media – Video: Frontale sulla Falerina, i funerali di Stefano e Pierpaolo – Fotocronaca: Mortale sulla Falerina, l’addio a Stefano e Pierpaolo

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15 maggio, 2019

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