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Tribunale - Tragedia sfiorata a Acquapendente - In aula la testimonianza del patrigno accusato di lesioni - Imputato di minacce il figliastro

“Ho sparato una fucilata al figlio della mia compagna per non farci ammazzare…”

di Silvana Cortignani

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L'avvocato Vincenzo Dionisi

L’avvocato Vincenzo Dionisi

Viterbo - Il presidente dell'ordine dei medici Antonio Maria Lanzetti

Viterbo – Il presidente dell’ordine dei medici Antonio Maria Lanzetti

Acquapendente – Tragedia familiare sfiorata a Acquapendente dove nell’estate di tre anni fa un uomo è stato arrestato per avere sparato una fucilata al figliastro. E’ entrato nel vivo il processo in cui la vittima è imputata di minacce aggravate e l’aggressore di lesioni aggravate.

I due casi, su richiesta dei rispettivi legali, sono stati riuniti in un unico procedimento davanti al giudice Gaetano Mautone, che ha sentito i primi testimoni. Entrambi i protagonisti della vicenda, un sessantenne di Acquapendente e il figlio oggi 26enne della compagna, sono sia imputati che parte offesa. 

Tra i testimoni lo psichiatra Antonio Maria Lanzetti, la cui perizia è stata acquisita nel fascicolo, secondo il quale il giovane era incapace di intendere e di volere e socialmente pericoloso al momento dei fatti, il 6 luglio 2017, quando una drammatica lite in famiglia ha rischiato di sfociare in tragedia in un casolare di campagna di Acquapendente.

Secondo l’accusa il 26enne avrebbe provocato la reazione del patrigno, minacciando di prenderlo a bastonate. Per la difesa del sessantenne “fu legittima difesa”. “A un certo punto ha tirato fuori un coltello e ha sfasciato due sedie”, ha raccontato al giudice, sempre nell’ultima udienza, il patrigno, difeso dall’avvocato Vincenzo Dionisi.

Una testimonianza drammatica. “Poi – ha proseguito l’imputato-parte offesa – ha spaccato la macchina che era nel cortile, afferrando un bastone e facendo per imboccare in casa col legno in mano. Io avevo avuto due infarti e la mia compagna era malata, ho avuto paura. Allora gli ho sparato alle gambe, non per ucciderlo o fargli del male, ma per la nostra incolumità e anche per lui, per fermarlo, bloccarlo e salvarlo dal commettere qualcosa di peggio. Avrebbe potuto commettere un delitto, magari ci avrebbe ammazzato a bastonate”. 

Sarebbe stato lo stesso patrigno a chiamare medici e carabinieri. I militari di Acquapendente, Grotte di Castro e del nucleo operativo di Montefiascone hanno arrestato l’uomo, su disposizione della pm Paola Conti. I sanitari del 118, invece, hanno trasportato la vittima all’ospedale Belcolle di Viterbo, dove è stato ricoverato per “ferite multiple e circolari da fucile a pallini, sulla coscia destra e sinistra. E per una ferita circolare sul fianco destro”.

Il giovane, dopo il violento episodio, culminato nella fucilata, tra luglio e settembre 2017, avrebbe quindi continuato a minacciare sia l’uomo che la moglie, “proferendo, per mezzo del telefono e dei social network, minacce di morte nei confronti dello stesso patrigno e della compagna e madre”.

“Se il mio assistito non avesse fermato la furia del figlio della compagna con una fucilata, chissà come sarebbe andata a finire per tutti. Non voleva ucciderlo, come si capisce dalla traiettoria. Ha mirato in basso”, sostiene da sempre Dionisi.

“Ho sparato per difendermi”, disse il patrigno al gip durante l’interrogatorio di convalida. L’agricoltore sarebbe così andato in camera. Avrebbe estratto dall’armadio un fucile da caccia calibro 12 e da una finestra avrebbe esploso un colpo, ferendo il figlio della compagna alle gambe.

Il processo, al termine dell’udienza, è stato rinviato al 5 novembre 2021.

Silvana Cortignani


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2 dicembre, 2020

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