– “Delusa. Delusa. Delusa”. Lo ripete più volte la signora Agata.
La mamma della ragazza che ha denunciato otto coetanei per stupro nel 2007, sperava in un epilogo diverso al tribunale dei minori.
Ieri i giudici hanno chiuso il processo con la messa in prova. Tutti e otto gli imputati affronteranno un percorso di reinserimento sociale da stabilire a luglio. Niente carcere, nessuna condanna e tanta amarezza per Agata e la figlia. “Non capisco – dichiara, rassegnata, pochi minuti dopo la decisione -. Danno ragione a mia figlia. Dicono che è attendibile e che lo stupro c’è stato. Quindi che fanno? Li mettono in prova per recuperarli? E a mia figlia chi la recupera? Chi la risarcisce di sei anni di sofferenze e umiliazioni?”.
La ragazza non era in aula stamattina. Ha appreso la notizia per telefono dalla madre. “Prima ha pianto di gioia, poi di rabbia. E’ felice di sapere che i giudici le hanno creduto. Ma resta il fatto che queste persone non pagheranno per il male che le hanno fatto”.
Quello che Agata chiama “calvario” inizia la notte tra il 31 marzo e il primo aprile 2007. Sua figlia le racconta di essere stata violentata da otto coetanei a una festa. Ha 15 anni. Il paese si spacca e il dramma esplode su giornali e tv. A una diretta di Domenica Cinque si sfiora la rissa. I genitori dei ragazzi reagiscono duramente alle accuse. Non ci stanno a vedere i figli etichettati come “branco di stupratori”. Sulla scelta del sindaco Carai di pagare loro le spese legali infuria una polemica che arriva fino in Parlamento. Con la ragazza si schierano donne di ogni partito: da Anna Finocchiaro ad Alessandra Mussolini. Nel frattempo, la giustizia comincia a muoversi coi suoi tempi biblici.
Quello di ieri è il secondo provvedimento di messa in prova per gli otto ventenni. Il primo è del 2009: il gup De Biase dispone 28 mesi di servizio civile. Ma la procura minorile ricorre in Cassazione e vince: la messa in prova è bloccata. Si riparte con una nuova udienza preliminare, seguita da rinvio a giudizio e processo. Ora si è di nuovo punto e a capo.
“Dalla giustizia speravo di più – commenta sconsolata la signora Agata -. Se ci avessero detto che mia figlia era consenziente e loro innocenti, sarebbe stato quasi meglio. Così è inaccettabile. Non sono innocenti, ma non vanno condannati. In pratica, l’operazione è riuscita ma il paziente è morto”.
Resta sempre la strada del nuovo ricorso. Ma, per ora, Agata e la figlia non hanno voglia di pensarci. Accanto a loro, come sempre, l’ex consigliera di Parità Daniela Bizzarri, che segue la vicenda dai tempi del suo incarico a Palazzo Gentili. Anche lei è fortemente critica. “E’ una vittoria di Pirro – dice -. Come hanno potuto i giudici decidere contro la Cassazione? Il collegio sapeva che la messa in prova era stata annullata. Lo trovo un atto scortese nei confronti della Suprema Corte. Ma il peggio è che non è ancora finita”.
L’11 luglio gli imputati torneranno in tribunale per vedersi assegnare i percorsi di reinserimento sociale. “E’ una ferita sempre aperta, che non si rimargina neanche dopo sei anni. Speravo che il presidente del collegio, da donna, potesse capire il dolore della ragazza. Invece ha fatto anche peggio di chi l’ha preceduta. Siamo delusi e senza parole”.
Stefania Moretti
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