Viterbo – Un assenza che diventa racconto.
È la storia di un’assenza, dove ricerca della verità e paura di scoprirla attanagliano il protagonista, il centro del film di Marco Bellocchio Fai bei sogni, presentato ieri sera in una piazza San Lorenzo gremita al Tuscia Film Fest.
Bellocchio, con il critico cinematografico Marco Müller, ha raccontato com’è nato il film, liberamente tratto dal best seller da un milione e mezzo di copie del giornalista Massimo Gramellini.
“Il produttore, che aveva i diritti del libro, mi ha proposto di leggerlo – dice Bellocchio -. L’ho letto. Mi ha colpito ed emozionato la storia che sta dentro il libro”.
Quella di Massimo (Valerio Mastrandrea) che, dopo un’infanzia solitaria e un’adolescenza difficile, diventa un giornalista apprezzato ma continua a convivere con il ricordo lacerante della madre scomparsa e, solo grazie alla vicinanza di Elisa (Bérénice Bejo), riesce ad affrontare la verità sul suo passato.
“Mi sono riferito a una parte importante della biografia di Massimo Gramellini. – aggiunge il maestro -. Questo m’interessava. Insieme a Edoardo Albinati e a Valla Santella abbiamo scritto la sceneggiatura. Gramellini ha avuto un comportamento molto corretto. Ci ha lasciati completamente liberi. Anche quando ha visto il film non ha fatto nessuna obiezione”.
“La coproduzione francese, cosa ha comportato per la realizzazione del film? In passato c’erano numerosi vincoli”, chiede Muller. “Erano altri tempi – risponde Bellocchio -. Nei registi c’era un meccanismo quasi automatico: quello di sapere che doveva fare un secondo film quando si doppiava il film. Quando si girava ci si concedeva molta libertà, dicendo: poi lo doppieremo. Il massimo è stato Federico Fellini. Faceva dire i numeri. Trasformava nel doppiaggio il film stesso. La scelta di Bérénice Bejo è stata una scelta libera. Conoscendola mi ha colpito e mi è sembrato giusto il personaggio che ha interpretato in rapporto alla storia di Massimo”.
“Fino a che punto hai voluto giocare con i codici di quelle variazioni dei generi che portano dalla commedia sentimentale al melodramma? Il film ti dà un pugno nello stomaco”, domanda Müller.
“Non è stata un’operazione cosciente – sottolinea Bellocchio -. Tutto quello che rischiava di essere un sentimentalismo è stato evitato in modo abbastanza naturale. È difficile capire cosa pensa lo spettatore. Spesso ho notato stupore, inquietudine. Un qualcosa che li riguardava ma non li consolava. Un tema che è nel film e in parte nel libro, ma in modo diverso”.
“L’invenzione scenografica è la casa materna, una specie di labirinto. Una trappola nella quale la madre consegna al figlio quella difficile verità”, afferma Müller.
“La casa in cui il bambino ha vissuto i suoi pochi anni di felicità è molto simile a quella di Gramellini – spiega il regista -. Le stanze che si affacciano nel corridoio. Il soggiorno, il bagno, la cucina, sono ambienti comuni ma fanno diventare la casa una protagonista nel film”. Film vincitore di due Nastri d’argento per la migliore scenografia (a Marco Dentici) e il miglior montaggio (a Francesca Calvelli).
Daniele Aiello Belardinelli
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