Viterbo – Operazione “IV Potere”. Si chiama così il poderoso fascicolo dell’inchiesta sulle presunte malefatte del giornalista Paolo Gianlorenzo, passata alla storia come “macchina del fango” e sfociata nel cosiddetto filone Vinitaly che ha coinvolto l’assessorato regionale all’agricoltura allora guidato da Angela Birindelli.
Otto, compresi Gianlorenzo e la Birindelli, gli imputati. Cinque le parti civili, tra cui spiccano il patron gialloblu Piero Camilli e il giornalista Daniele Camilli, quest’ultimo solo omonimo dell’altro e tra i testimoni chiave dell’accusa. Oltre, naturalmente, all’attuale senatore di FI, Francesco Battistoni.
Camilli Daniele è colui che il 15 novembre 2011 ha sporto querela contro Gianlorenzo, l’unico del gruppo dei sei “cronisti ribelli” a essersi costituito parte civile (difeso da Giacomo Barelli), il primo ad essere sentito dal pm Massimiliano Siddi, ieri, davanti al collegio presieduto dalla giudice Silvia Mattei. Una testimonianza pesante la sua, almeno sulla carta, destinata a chiarire le dinamiche interne alla redazione dei due quotidiani diretti da Gianlorenzo, difeso dagli avvocati Carlo Taormina e Franco Taurchini.
Un’udienza fiume, la prima del processo, che si è protratta per tutta la mattinata, durante la quale, oltre al giornalista Camilli, ha testimoniato l’ufficiale del nucleo della stradale di polizia giudiziaria Secondiano Veruschi, incaricato coi colleghi delle indagini dalla procura.
“Gianlorenzo ci insegnava a riconoscere i nemici”
A proposito di macchina del fango: “Battistoni non andava menzionato, mentre la figura della Birindelli andava esaltata”, ha detto Camilli.
“Gianlorenzo ci insegnava a riconoscere i nostri nemici. Uno era Piero Camilli, un ‘bandito’, da ammazzare, giornalisticamente parlando, perché, da assessore provinciale, aveva fatto saltare l’accordo con i nostri editori dicendo no alla creazione di un impianto a Grotte di Castro, provocando loro una perdita economica che aveva pesato anche sul giornale. L’altro era Battistoni, del quale era vietato scrivere, ma col quale bisognava essere cauti per via dei finanziamenti regionali in quanto era presidente della commissione agricoltura della Regione”.
“Poi c’era Il Nuovo Corriere Viterbese, cui dovevamo dare il colpo di grazia, se avesse trovato certi documenti contro l’editore che stava cercando, perché vendeva 900 copie al giorno e noi solo 250 e se avesse chiuso ne avremmo guadagnate, secondo lui, almeno altre 250”, ha detto Camilli.
“Pressioni per esaltare la Birindelli”
Poi c’erano gli amici, su tutti, secondo Camilli, l’allora assessora regionale all’agricoltura Angela Birindelli, rivale politica di Battistoni all’interno del centrodestra, del quale aveva preso il posto alla Pisana per via delle quote rosa: “Una volta Gianlorenzo, dovendo io scrivere un articolo sul Parco di Vulci, mi fece pressione perché fossi compiacente. Ho avuto notevoli pressioni perché scrivessi cose il più possibile favorevoli alla Birindelli. E a un certo punto mi fu tolta la responsabilità della pagina politica”, ha proseguito.
“Gianlorenzo si vantava di avere rapporti con chiunque a qualunque livello in tutte le istituzioni, dai vertici di carabinieri e guardia di finanza, al sindaco, a Battistoni e alla Birindelli. Un direttore con ottime entrature”
“Licenziati in tronco per non avere accettato la riduzione di stipendio”
Assunto nel 2010 per 750 euro al mese con la promessa di arrivare a 900 l’anno successivo ed entrato nella cooperativa editoriale nata tra la chiusura di Nuovo Viterbo Oggi e l’apertura dell’Opinione di Viterbo, Camilli e i colleghi si trovarono presto a dover fare i conti anche con la crisi della seconda testata diretta da Gianlorenzo. “Ad agosto 2011 fu convocata una riunione e ci fu preannunciata una drastica riduzione dello stipendio, da 750 a 500 euro, cui dicemmo no, anche perché non era stata concordata in nessuna assemblea dei soci”, ha spiegato Camilli.
Seguirono settimane di mobilitazione, con le dimissioni di Gianlorenzo, sostituito nel suo ruolo di direttore dal braccio destro Viviana Tartaglini, anche lei imputata, che fine settembre, dopo avere ribadito il concetto “o la riduzione di stipendio oppure il licenziamento”, avrebbe convocato i redattori uno a uno, ponendo singolarmente l’aut aut. Camilli, Luca Appia e Roberto Pomi dissero “no” e furono licenziati in tronco. “A me strappò l’assegno davanti agli occhi”, ha detto il cronista. Il giorno dopo, 21 settembre, la Tartaglini li cacciò dalla redazione, loro rifiutarono di lasciare i locali in quanto soci della cooperativa, sul posto piombarono i carabinieri, chiamati sia dalla redattrice che dai giornalisti. “Fummo reintegrati dopo l’intervento del sindacato”.
I difensori Taormina e Taurchini hanno insinuato che, approfittando della crisi, Camilli avesse un interesse personale a far fuori Gianlorenzo, per subentrare a lui nella gestione del giornale, cercando un accordo “dietro le quinte” con gli editori: “Non è vero”, ha risposto il testimone.
“Il tirapugni sempre in bella vista sulla scrivania”
In quelle giornate convulse di sette anni fa, sfociate nella querela del 15 novembre 2011, Gianlorenzo avrebbe minacciato di picchiare un collaboratore, “ha detto a Pomi che lo voleva menare”, mentre i cronisti raccoglievano prove delle minacce e dei ricatti registrando le conversazioni interne alla redazione. La Tartaglini avrebbe minacciato Camilli per telefonO. “Mi disse che sperava che qualcuno mi ammazzasse e che dovevo morire di morte lenta”.
“C’erano della mazze da baseball nella sede e un tirapugni sempre in bella vista sulla scrivania dell’ufficio di Gianlorenzo, che una volta se lo mise mentre parlava”, ha proseguito Camilli.
“Giornale in crisi, ma 18mila euro all’agenzia del padre di Gianlorenzo”
C’è finito dentro, senza colpe, anche il padre deceduto di Paolo Gianlorenzo, Impero, anche lui giornalista e storico corrispondente da Montefiascone del Corriere di Viterbo. “Nel clima di difficoltà economiche e opacità gestionali della cooperativa, il 14 settembre 2011 è spuntata una fattura da 18mila euro pagata, non so perché, all’Agenzia Impero Gianlorenzo invece che a noi”.
A proposito di soldi: “Noi prendevamo 750 euro spese incluse, che dovevano bastare per campare e lavorare, senza buoni pasti, né rimborsi. Gianlorenzo faceva come gli pareva, che fossero la benzina dello scooter o le spese di rappresentanza, se le giustificava per conto suo”.
Quindi la moglie di Gianlorenzo: “All’epoca era la direttrice di una rivista collegata all’assessorato all’agricoltura”.
L’autodifesa di Gianlorenzo
Chiedendo di poter rilasciare spontanee dichiarazioni, Gianlorenzo ha provato a minare l’attendibilità del suo ex redattore.
“Camilli si è dimenticato di dire che mi fu presentato da mia moglie, con cui si erano conosciuti quando entrambi lavoravano in Regione. Fu lei a portarmelo in redazione e a chiedermi di farlo entrare”.
“Una volta chiesi il suo licenziamento perché aveva accettato di dirigere una rivista senza dirlo, ma lui pianse e disse di avere un tumore, così lo ritirai. Lui con un imprenditore e altri giornalisti è andato perfino dal notaio per farmi le scarpe. Di Battistoni semplicemente scrivevo io, lo dimostrano le querele prese”.
Poi la teoria del complotto: “Erano i tempi della mia inchiesta sulla Asl, è stato fatto tutto per fermarmi”. E qui l’ha fermato la presidente Mattei, ponendo bruscamente fine all’autodifesa, dopo l’ennesimo battibecco tra il pm Siddi e il professor Taormina: “Qui si sta facendo dietrologia”.
Taormina, stizzito, si è alzato ed è uscito con l’imputato prima della fine dell’udienza, facendosi oggetto di una dura reprimenda da parte della giudice che ha nominato al volo un sostituto per rinviare il processo alle udienze del 13 novembre e del 4 dicembre.
Silvana Cortignani
Le accuse
Paolo Gianlorenzo risponde di:
tentata estorsione per le “macchine del fango” a Francesco Battistoni, Roberto Angelucci e Piero Camilli e le minacce di licenziamento ai collaboratori del giornale;
corruzione per l’accordo con l’assessora, pubblicità-macchina del fango contro Francesco Battistoni;
minacce a un collaboratore;
detenzione di arma per il tirapugni in redazione;
appropriazione indebita per i 5mila euro della cooperativa editoriale, per pagare spese legali;
tentata concussione e rivelazione di segreti d’ufficio per la vicenda del notaio Fortini;
sostituzione di persona per aver usato un prestanome dell’ex senatore Ciarrapico, durante una telefonata;
Angela Birindelli di:
tentata estorsione e corruzione per la macchina del fango a Francesco Battistoni;
tentata concussione e abuso d’ufficio per la “cacciata” di Stefano Bizzarri;
peculato per la macchina di servizio usata per ragioni private;
abuso d’ufficio e tentata concussione per i presunti tentativi di pilotare l’allestimento dello stand Lazio al Vinitaly;
Viviana Tartaglini risponde di:
tentata estorsione per le minacce di licenziamento ai collaboratori del giornale;
appropriazione indebita per i 5mila euro della cooperativa editoriale, per pagare spese legali;
Luciano Rossini risponde di:
tentata concussione e rivelazione di segreti d’ufficio per la vicenda del notaio Fortini; in qualità di funzionario dell’Agenzia delle entrate avrebbe detto a Gianlorenzo di un imminente controllo sulla categoria dei notai. Informazione che, per l’accusa, è stata usata come strumento di pressione dal giornalista e dal funzionario, per ottenere vantaggi patrimoniali personali
Sara Bracoloni risponde di:
rivelazione di segreti d’ufficio per aver rivelato a Gianlorenzo informazioni sul rapporto di lavoro della figlia di un giudice;
Erder Mazzocchi risponde di:
tentata concussione, concussione e abuso d’ufficio per la “cacciata” di Stefano Bizzarri;
soppressione di atti;
Roberto Ottaviani e Giuseppe Fiaschetti rispondono di:
abuso d’ufficio e tentata concussione in relazione alla vicenda Vinitaly.
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