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Tribunale - Macchina del fango - Deposizione fiume del senatore di Forza Italia vittima, secondo la procura, di "un'orchestrata campagna stampa con un movente intimidatorio"

Gianlorenzo diceva a Battistoni: “Spero ti venga un cancro…”

di Silvana Cortignani
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Francesco Battistoni in tribunale

Tribunale – Francesco Battistoni 

Paolo Gianlorenzo

Tribunale – Paolo Gianlorenzo

Evandro Ceccarelli in tribunale

Tribunale – Evandro Ceccarelli

Viterbo – “Non fui ricandidato alla Regione come consigliere uscente, fui candidato alle politiche ma senza la possibilità di essere eletto, fui talmente screditato politicamente che all’interno dell’allora Pdl non ero più visto di buon occhio”. Una parabola discendente durata tre anni per l’attuale senatore di Forza Italia Francesco Battistoni.

Frutto, secondo l’accusa, della macchina del fango messa in moto nei suoi confronti dai quotidiani diretti fino al 2012 dal giornalista Paolo Gianlorenzo.

Con la complicità, sempre secondo l’accusa, dell’allora assessore regionale all’agricoltura Angela Birindelli, avversaria dentro la stessa coalizione di centrodestra di Battistoni. Pronta a finanziare il quotidiano a bassa tiratura l’Opinione di Viterbo con 18mila euro per pubblicizzare le attività dell’assessorato, consapevole che in cambio il giornale avrebbe continuato ad attaccare la vittima designata. 

Ieri Battistoni, che si è costituito parte civile, è stato sentito come parte offesa al processo scaturito dalla maxinchiesta “IV Potere” del pm Massimiliano Siddi.


“Spero che ti venga un cancro”

“Gianlorenzo usava per me e la Birindelli due linee editoriali opposte. Tanto lei era brava, quanto io ero incapace. L’intento era indebolirmi e farmi fuori dall’attività politica”, ha spiegato Battistoni, ricordando i tanti procedimenti per diffamazione intentati contro il giornalista. 

Lungo l’elenco dei danni al personaggio pubblico, prodotto dai quotidiani attacchi a mezzo stampa, che avrebbero colpito duramente anche la sfera personale.

“Gianlorenzo mi disse frasi come ‘spero che ti venga un cancro, ti scanno come un maiale, ti distruggo, ti ammazzo’“, ha riferito al collegio presieduto dal giudice Silvia Mattei il senatore. 

“Contro di me ha dato vita a una campagna mediatica distruttiva. Qualunque cosa io facessi, venivo denigrato. Mi si raffigurava con immagini ridicole. Probabilmente davo fastidio. Durante una riunione di redazione, insieme a Piero Camilli, venni indicato da Gianlorenzo come uno dei due nemici da abbattere”.

“In occasione di un torneo sportivo alla Mazzetta, Gianlorenzo mi disse ‘spero che tu muoia’. Poi ci fu il messaggio per cui l’ho denunciato”, ha ricordato il senatore, difeso dall’avvocato Enrico Valentini. 

C’era scritto: “Ti prego. Ti supplico. Ti imploro. Chiama Genova e digli di non pubblicare le intercettazioni che riguardano te, Angelucci, il tuo amico… Sono sconvolto al solo pensiero di poterle vedere riportate su un quotidiano. Saluti cari e grazie di qnt riuscirai a fare. Paolo’”.

“Manfredi Genova era il suo editore, per cui lo intesi come una minaccia. Mi faceva credere di essere in possesso di intercettazioni scottanti, tipo Asl, che lui poteva pubblicare. Era come se mi dicesse ‘ chiama Genova e digli di non pubblicare’. Il movente poteva essere il fatto che io, all’epoca presidente della commissione agricoltura, avevo fatto notare agli uffici regionali la non opportunità della determina con cui si davano 18mila euro per la pubblicità delle attività dell’assessorato a un giornale che vendeva pochissime copie sul territorio”, ha spiegato. 


“Non volevo avere a che fare con complotti, licenziai Gianlorenzo”

Il finanziamento regionale da 18mila euro alla Alto Lazio News finì in un nulla di fatto, mentre Battistoni chiamò in effetti Manfredi Genova.

Gli girò il messaggio del suo direttore e l’editore, sentito anche lui come testimone, non la prese bene. “Mi sono molto alterato e chiesi le dimissioni di Gianlorenzo”, ha detto. D’accordo con gli altri finanziatori, licenziò Gianlorenzo, assunto grazie alle referenze del padre, anche lui giornalista.

L’avvocato Carlo Taormina, che difende Gianlorenzo gli ha chiesto se l’sms sia stato la miccia, se il licenziamento sia avvenuto su pressione di Battistoni.  

“Convocai Gianlorenzo, ma non fu un licenziamento in tronco. Fu un insieme di fattori che ci convinse ad allontanarlo. Era venuta meno la fiducia, noi avevamo con Arturo Diaconale un progetto di ampio respiro, su Viterbo, Civitavecchia e Terni. Quando ho sentito aria di un complotto contro Battistoni ho preso le distanze. Non volevamo spinte politiche, né in un senso, né nell’altro”, ha spiegato Genova, ginecologo e imprenditore nella sanità privata. 

Gianlorenzo non la prese bene e se la prese con Battistoni. “Sarai contento che non sono più direttore… come ho già detto ad altri, è meglio morire di cancro che avere un nemico come me… e come mi capita l’occasione, se ti posso fare del male, ti farò del male”, sarebbero state le conseguenti minacce. 

Ma se la sarebbe presa anche con l’editore. “Avevo preso parte a un bando regionale per la tenuta di Montebello, sembrava cosa fatta, invece la pratica fu bloccata con una motivazione formale secondo me pretestuosa. Seppi che c’era stata una ‘telefonata’. Ipotizzai dentro di me una bocciatura politica. Siccome Gianlorenzo vantava entrature all’assessorato all’agricoltura ed era stato licenziato, feci due più due. Non posso dirlo con certezza, ma vidi un nesso tra l’sms di Battistoni e la vicenda”. 

“Battistoni ha fatto cacciare Gianlorenzo”, per il professor Taormina, secondo cui al politico sarebbe bastata una telefonata all’editore per ottenere il licenziamento dello scomodo giornalista. E’ andato oltre l’altro difensore, Franco Taurchini. “L’estorsione non è avvenuta da parte di Gianlorenzo, semmai il contrario”, ha detto, facendo infuriare l’avvocato di parte civile Valentini, mentre il pm Siddi ha riportato integralmente la frase al collegio, sottolineandone la portata.

Per la procura dietro gli attacchi di Gianlorenzo c’era un’orchestrata campagna stampa con un movente intimidatorio. 


“Una sfida che porterà sangue”

Tra i testimoni un collega di Gianlorenzo, Evandro Ceccarelli, direttore all’epoca della testata concorrente del Nuovo Corriere Viterbese, cui l’imputato scriveva: “La riconoscenza di aver trattato con i guanti bianchi il tuo ‘editore’ è stata ripagata alla grande con una sfida che porterà sangue. Ho da scrivere molto sia su Angelucci che su Battistoni. Roba della procura ovviamente. Ti ringrazio per averti offerto qst opportunità nn pensavo davvero che il principe di Proceno esercitasse il potere su di voi in modo così netto. Ciao”.

Ovviamente il “principe di Proceno” è Battistoni, originario del piccolo borgo dell’Alta Tuscia.

“Avevamo linee politiche diverse, non gradiva che dessimo spazio a Battistoni”, ha spiegato Ceccarelli, incalzato dal pubblico ministero Siddi. Il 9 marzo 2012 gli chiese un incontro, che non ci fu: “Voleva forse parlarmi di Battistoni e della vicenda Asl, in cui era coinvolto anche il mio editore. Credo fosse uno dei suoi tentativi di indurmi a scrivere ciò che lui voleva. Faceva intendere che noi potevamo andarci di mezzo”.

Il 19 aprile ci fu un incontro al bar Kansas di via Piave, che si trovava sotto le rispettive redazioni: “Può essere che tentasse di ingerirsi nella linea editoriale. Diceva cose molto cervellotiche. ‘Ora vedrai, sono cazzi vostri e di Angelucci’, mi disse in riferimento al fatto che ci aveva pagato gli stipendi, mentre secondo lui non avrebbe potuto farlo. ”Ricordate, io sto sotto, ma entro fine mese chiuderete anche voi’, aggiunse”, ha proseguito il teste.

Frasi che lasciano il tempo che trovano, per Ceccarelli: “Gianlorenzo ce l’aveva sempre con Battistoni, il risentimento era evidente”, la conclusione.


Maxiprocesso per otto imputati

Otto gli imputati per i due filoni, macchina del fango e Vinitaly. Oltre al cronista Paolo Gianlorenzo, la collaboratrice Viviana Tartaglini, l’ex assessore regionale all’agricoltura Angela Birindelli, l’ex patron della Viterbese calcio e imprenditore Giuseppe Fiaschetti, l’impiegato dell’agenzia delle entrate Luciano Rossini, l’ex dipendente della Asl, Sara Bracoloni, l’ex direttore dell’assessorato all’agricoltura Roberto Ottaviani e l’ex commissario straordinario dell’Arsial Erder Mazzocchi. Sono accusati, a vario titolo, di tentata estorsione, tentata concussione, corruzione, minacce, peculato, abuso d’ufficio, appropriazione indebita, rivelazione di segreti d’ufficio, soppressione di atti, sostituzione di persona e detenzione di arma.

Il processo riprenderà l’8 ottobre, quando saranno sentiti altri dieci testimoni dell’accusa.

Silvana Cortignani


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24 aprile, 2019

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