Viterbo – Mafia viterbese bis, ecco perché resta in carcere la banda di David Rebeshi.
Il tribunale del riesame di Roma ha motivato il no alla revoca o a un alleggerimento della misura di custodia cautelare scattata lo scorso 28 novembre in seguito all’arresto in flagranza per estorsione del fratello del boss 37enne Ismail e dei tre complici.
Dietro le sbarre sono finiti il 31enne David Rebeshi, il 25enne K.A., il 24enne L.V. e il 22enne I.F..
Indagati dalla Dda di Roma, cui il fascicolo è stato trasmesso dal tribunale di Viterbo dopo la convalida del fermo, anche secondo i giudici del tribunale della libertà, di cui sono uscite le motivazioni, gli arrestati sono da considerare vicini all’associazione a delinquere di stampo mafioso sgominata con l’arresto dei boss Ismail Rebeshi e Giuseppe Trovato nel blitz dell’operazione Erostrato.
Arrestati per estorsione con metodo mafioso
Il quartetto, a caccia di soldi per pagare le spese legali del processo per associazione mafiosa a Ismail, avrebbe preteso indietro da un ristoratore di Tuscania, minacciato di morte, la somma di 4500 spesa dal fratello, gestore del salone Auto Riga di Bagnaia, per l’acquisto di una vettura da un commercialista suo conoscente, residente in un centro dei Cimini, venduta dopo l’arresto del boss dai nuovi gestori dell’attività, che non avrebbero però voluto saperne di consegnare il denaro ai Rebeshi.
I quattro malviventi, tutti di nazionalità albanese, considerati anche dal Riesame legati al sodalizio criminale italo albanese sgominato il 25 gennaio 2019 nel blitz sfociato nei tredici arresti dell’operazione Erostrato, sono finiti in manette per estorsione aggravata dal metodo mafioso. E nei giorni sorsi sono stati trasferiti da Mammagialla alle carceri di Vicenza e di Voghera, sottoposti a regime di alta sorveglianza.
Disposta perizia telefonica che sarà affidata al professor Civino
Nel corso dell’udienza, celebrata lo scorso 20 gennaio, la posizione dei quattro arrestati si sarebbe ulteriormente aggravata in seguito al deposito a sorpresa, da parte della procura distrettuale antimafia, di ulteriori atti di indagini, tra i quali l’interrogatorio del commercialista residente in un centro dei Monti Cimini che avrebbe venduto per 4.500 euro una macchina Fiat Freemont alla società Auto Riga di Ismail.
Proprio in virtù delle ulteriori indagini, il prossimo 4 marzo sarà affidata una perizia telefonica all’ingegnere pugliese Sergio Civino, considerato uno dei maggiori specialisti italiani nel settore della Digital Forensics, dal 2017 consulente della “Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere”.
Pronti a ricorrere in cassazione contro il rigetto dell’istanza i difensori Roberto Afeltra, Remigio Sicilia e Samuele De Santis, che assistono David Rebeshi e i tre connazionali, cui Isamil Rebeshi, attualmente detenuto in regime di 41 bis a Cuneo, sarebbe riuscito a dare in qualche modo ordini dal carcere. Proprio per telefono, secondo l’accusa.
Ismail, David e i precedenti per spaccio
Il presunto boss albanese Ismail, anche lui difeso dall’avvocato Afeltra, è dietro le sbarre da novembre 2018, quando fu arrestato per traffico internazionale di cocaina. Due mesi dopo gli è stata notificata in carcere l’ordinanza di arresto per “mafia viterbese”.
David Rebeshi era stato già arrestato e condannato per spaccio a due anni e otto mesi dopo essere stato sorpreso, all’inizio del 2017, con un carico di 38 chili di marijuana. Motivo per cui il fratello maggiore Ismail, tra aprile e giugno 2017, avrebbe incendiato l’auto di uno dei carabinieri che hanno svolto le indagini e di un altro militare che indagava invece sul rogo della vettura.
Guai giudiziari anche per le compagne dei fratelli Rebeshi
Nell’ambito delle indagini su “mafia viterbese” sono invece finite nei guai anche la compagna di David e la compagna di Ismail, Emanuela Hima e Laura Jona Zaharia, indagate nell’ambito di un altro filone in concorso con Ismail che, mentre era in già in carcere, tra l’8 maggio e il 7 giugno 2019, grazie alle due donne avrebbe messo a segno due operazioni per eludere le disposizioni in materia di prevenzione patrimoniale, con l’aggravante ”di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa”. In particolare, avrebbe intestato fittiziamente la proprietà della società auto Bicu con sede a Viterbo, al chilometro 3,400 della strada Teverina, alle due donne. Alla sola compagna, invece, la proprietà del capitale sociale della società Le Bell, destinata a curare gli interessi di Rebeshi nel settore dell’intrattenimento notturno e delle compravendite di veicoli.
In Italia nonostante tre espulsioni
Lo scorso 14 agosto, David Rebeshi è stato arrestato in quanto clandestino mentre andava a trovare la compagna che aveva appena dato alla luce la figlia primogenita della coppia, nata all’ospedale di Belcolle. Espulso a marzo 2013 dal prefetto di Roma e poi ancora nel 2015 e a gennaio 2017 dal prefetto di Viterbo, era stato rimandato in Albania la scorsa primavera dopo avere finito di scontare la condanna per spaccio. Si è scoperto così che in Italia era rientrato la scorsa estate con nuovi documenti, ottenuti nel suo paese d’origine utilizzando il cognome della moglie, com’è possibile fare in Albania.
Inviato al centro per il rimpatrio dei migranti di Bari, il giudice di pace pugliese ha accolto il ricorso del difensore Afeltra contro l’espulsione, non convalidando il decreto, come avevano già fatto in precedenza i giudici di pace di Roma, davanti ai quali il legale aveva fatto opposizione nel 2013 e nel 2015. David Rebeshi è stato nuovamente rimesso in libertà “in quanto padre di una neonata e avendo un lavoro stabile” ed è rimasto sul territorio nazionale, potendo quindi fare rientro dalla sua famiglia a Viterbo, dove è finito nuovamente in manette il 28 novembre per estorsione con metodo mafioso.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Per indagato si intende semplicemente una persona nei confronti della quale vengono svolte indagini preliminari in un procedimento penale.
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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