Mafia viterbese – I fratelli David e Ismail Rebeshi
Viterbo – Condannati a 12 anni in appello per estorsione con l’aggravante del metodo mafioso i fratelli David e Ismail Rebeshi. Per entrambi la riforma della sentenza secondo la tesi dell’accusa è arrivata alle 18,30 di oggi, giovedì 8 febbraio, dopo un’ora e mezza di camera di consiglio e tre ore di arringa da parte della difesa.
Dodici anni e mezzo era la pena chiesta in primo grado al processo celebrato davanti al collegio del tribunale di Viterbo che si è concluso a dicembre 2022 con l’assoluzione del boss e la condanna a cinque anni del fratello, senza l’aggravante del metodo mafioso. Sentenza contro cui ha presentato appello la procura.
Due gli imprenditori viterbesi presunte vittime di estorsione con metodo mafioso, secondo i pm Giovanni Musarò e Fabrzio Tucci della Dda di Roma. La procura generale, lo scorso 16 gennaio, aveva chiesto per entrambi una condanna a 15 anni di reclusione, 15mila euro di multa e l’espulsione.
Parte civile con l’avvocato Luigi Mancini un ristoratore del capoluogo, che il 28 novembre 2019 ha teso coi carabinieri una trappola a David e tre complici connazionali che pretendevano da lui 4mila euro per una macchina “tarocca” venduta all’autosalone del boss Ismail da un suo amico commercialista. Il quartetto finì in manette mentre la vittima fingeva di dare loro un acconto di 300 euro. Al ristoratore è stato riconosciuto un risarcimento di 12mila euro.
Lo storico difensore della coppia, l’avvocato Roberto Afeltra del foro di Roma, si è reso protagonista di una discussione fiume, parlando per oltre tre ore davanti ai giudici della corte d’appello. I fratelli Rebeshi nel frattempo sono stati raggiunti il mese scorso dalla misura di prevenzione di tre anni di sorveglianza che scatteranno per loro alla scadenza della misura di custodia cautelare.
Mafia viterbese – Il blitz dei carabinieri del 28 novembre in cui è stato catturato David Rebeshi
In primo grado il boss era stato assolto dal collegio del tribunale di Viterbo, mentre David era stato condannato a cinque anni di reclusione senza l’aggravante richiesta dall’accusa del metodo mafioso, pena che da gennaio 2023 sta scontando agli arresti domiciliari nella sua casa di Viterbo.
Ismail è detenuto in regime di carcere duro al 41 bis della casa circondariale di Cuneo, dove sta scontando una condanna definitiva a 10 anni e 11 mesi per le “imprese” del sodalizio con il boss Giuseppe Trovato che ha messo a ferro e fuoco Viterbo nel biennio 2017-2018. Intanto per lui è diventata definitiva anche la condanna a 10 anni e 8 mesi di reclusione per traffico di droga, nell’ambito dell’operazione Sottovuoto.
Tornando al processo bis che si è appena chiuso, i giudici del collegio di secondo grado, all’udienza dello scorso 30 novembre, hanno disposto d’ufficio un’ulteriore integrazione istruttoria, chiedendo di riascoltare i due imprenditori vittime nonché la moglie del ristoratore, che sarebbe stata presente alle minacce rivolte al marito per farsi dare i soldi “sollecitati” dal carcere dal boss Rebeshi.
Oltre ai due fratelli, furono arrestati e sono stati condannati in via definitiva a 8 anni e 4 mesi con l’abbreviato i tre connazionali complici della coppia, fermati dai carabinieri in flagranza di reato con David Rebeshi a Tuscania il 28 novembre 2019. Ismail sarebbe stato il mandante dal carcere dell’estorsione da circa novemila euro ai danni delle vittime, un ristoratore e un commerciante di auto, soldi che secondo la difesa sarebbero stati dovuti, per pagarsi le spese legali del processo scaturito dall’operazione Erostrato, che sarebbe iniziato di lì a breve, il successivo mese di dicembre, davanti al gup del tribunale di Roma.
Contro il mancato riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso e contro l’assoluzione del boss hanno fatto ricorso i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò della Dda di Roma. Afeltra ha sempre insistito dal canto suo che, se reato dovesse esserci, si sarebbe trattato al più di “esercizio arbitrario delle proprie ragioni” con l’aggravante delle minacce. Chiedendo anche l’annullamento della prevista espulsione a fine pena di David Rebeshi dall’Italia, dove è sposato e ha una figlia minore.
Secondo Tucci e Musarò era “evidente il carattere ‘mafioso’ delle condotte dei fratelli David e Ismail Rebeshi” e che Ismail fosse stato il mandante dal carcere delle estorsioni con modalità mafiosa ai due imprenditori viterbesi.
I giudici d’appello si sono presi trenta giorni per le motivazioni. Pronto a ricorrere per cassazione il difensore Roberto Afeltra: “Una sentenza fuori dal mondo, specie per Ismail Rebeshi”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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