Mafia viterbese bis - Depositate le motivazioni della sentenza di primo grado - Difesa pronta a ricorrere contro la condanna a 5 anni di David
di Silvana Cortignani

Il blitz del 2019 a Tuscania – Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi
Viterbo – Processo ai fratelli Rebeshi, difesa pronta a ricorrere in appello contro la condanna in primo grado a cinque anni di carcere per estorsione di David, il fratello del boss albanese di mafia viterbese Ismail, che invece è stato assolto in primo grado dal collegio del tribunale di Viterbo.
Presunte vittime due commercianti viterbesi con cui in passato i due fratelli albanesi, trapiantati da anni a Viterbo, avrebbero fatto affari e sarebbero stati in buoni rapporti.
Contro l’assoluzione di Ismail Rebeshi e il mancato riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso potrebbe invece fare ricorso, tramite la procura generale, il pm Fabrizio Tucci della Dda di Roma che aveva chiesto per entrambi una condanna a 12 anni e mezzo di reclusione.
“Gli esiti inducono a escludere l’aggravante del metodo mafioso, le stesse vittime hanno dichiarato di non aver nutrito alcun sentimento di paura verso Ismail”, si legge nelle motivazioni della sentenza dello scorso 15 novembre, depositate dal collegio la scorsa settimana.
Sentenza in seguito alla quale lo scorso mese di gennaio David Rebeshi, su istanza dell’avvocato Roberto Afeltra, ha ottenuto i domiciliari.

Il pm Fabrizio Tucci – In primo grado aveva chiesto per il boss assolto e il fratello condannato a cinque anni una condanna a 12 anni e 6 mesi di reclusione
Il fratello minore di Ismail, ai domiciliari dopo oltre tre anni, era in carcere dal 28 novembre 2019, quando fu arrestato in flagranza a Tuscania, assieme a tre connazionali dai carabinieri, mentre si faceva consegnare una somma di denaro da una delle due presunte vittime, il ristoratore viterbese finito nel mirino assieme a un commerciante di auto, che ha teso loro una trappola d’accordo coi militari.
Il fratello Ismail sarebbe stato il mandante dal carcere delle estorsioni, per recuperare crediti per circa diecimila euro.
Soldi che secondo la difesa sarebbero stati dovuti, legati all’attività dell’autosalone del boss, che a Viterbo e provincia gestiva anche alcuni locali notturni. Oltre a gestire una fiorente attività di spaccio di cocaina, per cui avrebbe voluto ottenere l’esclusiva, secondo l’esito delle indagini sul presunto sodalizio italo-albanese sgominato con il blitz dell’operazione Erostrato del 25 gennaio 2019.
“Nelle mail inviate al fratello David dal carcere, non c’è alcun accenno a cercare il recupero del denaro con metodi estorsivi”, “tanto da permettere di affermare l’estraneità di Ismail rispetto alla condotte estorsive di David Rebeshi”.
“Nessuna traccia del concorso di Ismail Rebeshi nelle estorsioni del fratello David – si legge nelle motivazioni della sentenza dei giudici di primo grado – Ismail Rebeshi non ha mai istigato il fratello a pretendere denaro dai debitori con metodi estorsivi. Nelle mail prese in esame si denota che il proposito di vendere qualche autovettura era finalizzato a pagare la sua difesa e a sovvenzionare la detenzione”.
Relativamente alla presunta frase “devi dire grazia a Dio, se quello era fuori era peggio per lui”, che David avrebbe detto al ristoratore per convincerlo a pagare lui per la macchina fallata che un suo amico commercialista aveva venduto a Ismail: “Per quanto il riferimento a Ismail sia evidente – si legge nelle motivazioni – si tratta di parole di David che non necessariamente derivano da un’istigazione di Ismail o di concerto con quest’ultimo nel pianificare l’azione criminale, che per quanto emerge dalla istruttoria dibattimentale risulta riconducibile al solo David”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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