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Estorsione con metodo mafioso - I giudici di secondo grado hanno disposto un'ulteriore integrazione istruttoria

Mafia viterbese bis, la corte d’appello vuole sentire la versione delle presunte vittime dei fratelli Rebeshi

di Silvana Cortignani
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Il blitz del 2019 a Tuscania - Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi

Il blitz del 2019 a Tuscania – Nei riquadri i fratelli David e Ismail Rebeshi

Roberto Afeltra

Roberto Afeltra

Luigi Mancini

L’avvocato di parte civile Luigi Mancini

Viterbo – Mafia viterbese bis, la corte d’appello vuole sentire in aula la versione delle presunte vittime dei fratelli Rebeshi, il commerciante di auto e il ristoratore nonché la moglie di quest’ultimo.  

I giudici del collegio di secondo grado hanno inoltre disposto d’ufficio un’ulteriore integrazione istruttoria, con l’acquisizione delle sentenze relative ai protagonisti della vicenda.

Si è aperto così, ieri a Roma, il processo bis a carico del boss di mafia viterbese e del fratello David, per i quali la Dda di Roma punta al riconoscimento dell’estorsione con metodo mafioso e alla condanna di Ismail che era stato assolto a Viterbo in primo grado, mentre il fratello era stato condannato a cinque anni di reclusione. I pm Tucci e Musarò chiesero a suo tempo che i Rebeshi venissero condannati a 12 anni e mezzo di carcere ciascuno.

Il boss, secondo i pm Fabrizio Tucci e Giovanni Musarò, sarebbe stato il mandante dal carcere dei presunti tentativi di recupero crediti, messi a segno da David a novembre 2019 assieme a tre complici anch’essi albanesi, ai danni di un commerciante di auto a Monterosi e di un ristoratore a Tuscania, parte civile con l’avvocato Luigi Mancini, mentre gli imputati sono difesi dall’avvocato Roberto Afeltra. I tre connazionali dei fratelli Rebeshi sono stati già condannati in via definitiva per gli stessi fatti – risalenti al 26, 27 e 28 novembre 2019 – a 8 anni e 4 mesi.

Dalle vittime – i Rebeshi e i tre complici – avrebbero preteso complessivamente attorno ai 9mila euro. Con le cattive, secondo il pm Tucci che ha coordinato le indagini dei carabinieri: 4mila euro dal ristoratore per la macchina “tarocca” venduta all’autosalone del boss di mafia viterbese da un suo amico commercialista e 5mila euro dal commerciante di auto per lo smaltimento di alcuni mezzi rimasti nel piazzale dell’autosalone di Rebeshi dopo il suo arresto, il 26 novembre 2018, per traffico di droga in Sardegna nell’ambito dell’operazione Ichnos.

Per l’avvocato Roberto Afeltra, il cui ricorso riguarda solo la condanna di David, non fu estorsione, ma esercizio arbitrario delle proprie ragioni aggravato dalle minacce. Il legale promette inoltre battaglia contro quella che ritiene essere una erronea applicazione dell’espulsione dal territorio nazionale, una volta scontata la pena. Secondo la difesa, David Rebeshi, la cui famiglia vive in Italia, sposato e con una figlia minore, una bambina di pochi anni, ha diritto di rimanere in Italia.

Secondo Tucci e Musarò è “evidente il carattere ‘mafioso’ delle condotte dei fratelli David e Ismail Rebeshi” e che Ismail sia stato il mandante dal carcere delle estorsioni con modalità mafiosa ai due imprenditori viterbesi.

Si torna in aula a dicembre.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 

 

 


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1 dicembre, 2023

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